Ieri avevo nel cuore gli ingredienti che rendono buona un'amicizia... O, almeno, quelli che negli anni hanno reso migliori le mie, nonostante le liti. Oggi, però, mangiamo un piatto diverso: decisamente meno dolce, più moderno. Un argomento magari più sapido.
Tinder. La frontiera dell'accoppiamento.
Tinder. Il "bar" virtuale.
Tinder. La vetrina del sesso.
Cos'è 'sto benedetto Tinder? Se ne sente parlare da tempo ormai e, da single, almeno una volta al mese mi è stato nominato, nel bene e nel male.
Già, perché Tinder non è per tutti la stessa cosa... La sua funzione cambia persino in base allo Stato: in Italia, alcuni mi dicono, è un mezzo per fare sesso.
"Se sei su Tinder vuol dire che la vuoi dare."
"Su Tinder trovi la scopata e via."
E la mia preferita: "Le porcone stanno su Tinder."
Commenteremo poi queste profonde parole.
Partiamo dall'origine di Tinder: questa bella app è la cugina etero di quell'applicazione in auge da tempo nel mondo omosessuale, Grindr.
Mi sono fatta raccontare la storia da una coppia gay che si è conosciuta proprio via Grindr.
Mi spiegano che il cotreggiamento è molto più diretto e meno complesso: le carte le metti in tavola subito, così da stabilire se si è in sintonia. Mi raccontano anche che sin dalle prime domande si cerca di capire se c'è compatibilità (sul piano sessuale, con domande dirette, mi dicono).
Da come parlano capisco che, effettivamente, la loro comunicazione è più efficace di quella che conosco io. Eppure, mi dico, se questa comunicazione un maschio eterosessuale la prova con una ragazza eterosessuale, è probabile che si becchi del porco in un millisecondo.
Continuo a farmi illuminare dai due ragazzi su come funziona l'incontro by applicazione e su quanto diversa dalla "norma" (benché la norma non esista) sia stata la loro esperienza.
Di solito, fatte le domande di rito sulle aspettative e le prefernze sessuali, mi dicono, si passa all'invio delle fotografie: se ci si piace, si passa all'incontro in carne ed ossa. Non necessariamente nel giro di poche ore, ma non è improbabile.
La coppia con cui parlo, però, non si è incontrata subito e, dal principio, ha messo il veto sul sesso subito: volevano compagnia e non solo sesso. Tutti e due d'accordo; passa un po' di tempo e l'amore diventa concreto. Ora stanno insieme da anni e convivono. Mi dicono di essere una rarità, ma sono così in sintonia che gli dico esplicitamente che li invidio in modo patetico e che gli sarei grata se mi presentassero qualcuno.
"Abbiamo solo amici gay."
"Quindi, che faccio? Mi iscrivo anche io a Tinder?"
"NO! Su Tinder ci vai se vuoi scopare e basta."
"Ma magari con gli etero è diverso."
"No, tesoro, con gli etero è peggio. Perché gli etero se ti vedono su Tinder pensano che tu sia una mignotta. Ti giudicano."
"E gli omosessuali non ti giudicano?"
"Non come fanno gli etero."
Questa cosa avrei dovuto approfondirla, ma la conversazione si è estesa e sono arrivati altri pareri.
La differenza principale che ho notato è stata che l'etero che si è intromesso mi parlava di Tinder elevando la sua posizione di conquistatore selettivo. Un giudicone che, mentre fa scorrere le foto delle ragazze per mettere "mi piace" o "non mi piace", commenta con "sei un cesso. Tu sei un troione. Questa è figa. Questa è vecchia..." e via dicendo.
La cosa mi basisce lievemente, soprattutto perché l'uomo in questione ha cercato di mostrarmi un'immagine di sé molto diversa dal patetico morto di patata con lo spessore della carta forno. Probabimente le due immagini (l'uomo interessante, appassionato di musica e con sinapsi attive e quella dell'amatore distaccato con gusti raffinati e esteta di livello sopraffino) non coincidono e, nel tentivo di raccontarci quanto rifugga le relazioni e quante belle pulzelle abbia selezionato da Tinder, gli è sfuggito il controllo delle cose.
Dopo aver sentito i peggio commenti sulle povere donne presenti su Tinder, tornando a casa rifletto sulla questione: fermo restando che nel sesso senza impegni non ci vedo nulla di problematico, al momento non sono molto interessata. Se mi iscrivessi a Tinder lo farei perché gradirei incontrare gente nuova e ultimamente la cosa si sta rivelando difficile. Ma, da quello che ho capito, su Tinder non funziona così: se il mi piace arriva, significa che il primo passo verso l'accoppiamento è stato fatto. Dopo di che, ognuno per i fatti suoi. Ripeto, niente di male: ma quel tipo di interazione la posso ottenere anche comprandomi un vibratore e, per ora, ho più voglia di conoscere qualcuno che parlare con un pene. Per di più, su Tinder ci si seleziona per foto: questo vuol dire che gli iscritti possono vedere la tua foto. Ora, per associazione, se il pensiero comune è che chi si iscrive a Tinder è lì per accoppiarsi e lo annuncia pubblicamente, non è il caso che io comunichi un messaggio del genere. Per di più sarebbe una balla.
Tinder non fa per me.
La cosa mi viene confermata da un mio carissimo amico e dal suo fidanzato dieci giorni dopo, i quali validano la descrizione che mi è stata precedentemente datta dell'applicazione. Tinder è per il sesso e basta.
Okay, per ora depenno Tinder.
Poi accade l'imprevisto: ad un matrimonio salta fuori l'argomento Tinder e io mi sento ferratissima. Dopo la mia indagine è chiaro che in Italia l'immagine dell'applicazione è quella di un marciapiede virtuale su cui ci si incontra e ci si sceglie per fare sesso. E INVECE NO!
La confusione mi viene creata quando i presenti demoliscono ogni mia certezza, invitandomi ad iscrivermi e raccontandomi che diversi loro amici hanno trovato lì i loro attuali compagni.
"X ha conosciuto Y su Tinder. Non è vero che se sei lì è solo per scopare..."
"Z e W si sposano... E si sono incontrati su Tinder."
"Sono, però, l'eccezione. A me hanno detto un po' tutti che se sei su Tinder l'idea che passa è che cerchi solo sesso."
"A me non risulta."
Stesso messaggio mi viene comunicato da una delle mie più care amiche che attualmente risiede a New York: nell sua crociata verso la mia felicità e nello spingermi a combattere le mie paure e cambiare in meglio la mia vita, mesi fa mi aveva ordinato di iscrivermi a Tinder. Per fortuna o per sfortuna non l'ho fatto.
Ma siamo al punto di partenza. Tinder o non tinder? L'idea cambia da provincia a provincia? Da Stato a Stato? È una visione comune e univoca o la funzione è nella mente di chi la vede così?
Se ti iscrivi a Tinder per trovare solo sesso, penserai che anche gli altri si sono iscritti per quella ragione? E dal punto di vista professionale, quanto è compromettente?
L'amore si trova solo con le vecchie vie? O Tinder era una buona idea che è stata deformata da chi ha deciso che serviva solo per trovare patata?
In genere si dice che la verità stia nel mezzo; forse è così, forse no. Forse ogni volta che sarò a cena con gente che non conosco tirerò fuori l'argomento per allargare la mia indagine.
Una cosa, però, l'ho capita: quando la coppia gay mi ha detto che per loro era più facile, aveva ragione. La funzione per loro era chiara e univoca per tutti. Tutti sapevano perché esisteva l'app e come comunicare. Su Tinder no... Su Tinder c'è il perenne scontro tra chi non vuole nulla e chi vuole tutto e, su Tinder, c'è la presunzione di credere che la propria visione sia quella da applicare a tutti gli altri.
Alla fine a me Tinder sembra solo una trasposizione virtuale dell'incontro reale: un posto in più per conoscersi o per trovare preconcetti e per sentirsi dare della "facile". Se hai il seno grande e un abito scollato, chi ti vede per strada decide che sei una porcella. Se sei su Tinder, idem.
Se usato bene, può essere, invece, un posto in cui entrare in contatto con persone in più... L'occasione fa l'uomo ladro: Tinder portrebbe fare l'uomo o la donna fortunato. Dipendentemente dall'aspettativa e dal modus pensandi con cui lo si approccia.
Mentre scrivevo questo post, ho fatto qualche ricerca e da una divertente e simpatica indagine di Oltreuomo (qui), sembra che a) Grindr e i gay si capisco meglio b) Tinder ha preso la via della vetrina del sesso, spesso a pagamento. E in Tinder, o tutto o niente: o te la darò, in alcune province non gratis, subito... oppure smamma.
In tutta la mia riflessione, però, c'è un enorme e imperdonabile bias: ho avuto solo pareri maschili. La mia amica di NY è sposata e non è iscritta Tinder. Mi è stato offerto lo sguardo maschile su questo mondo virtuale, poi ho avuto la prospettiva gay, ma mi manca di parlare con quelle ragazze che su Tinder si sono iscritte. Se vi capita sfortunatamente di leggere questo post, scrivetemi e raccontatemi il vostro perché, le vostre aspettative e le vostre esperienze!
Il pensiero degli incontri online è quello che frullava nella mia testa quando ho deciso di scrivere un oneshot intitolata "That's a match!": ha richiesto che indagassi un po' sulle modalità di incontro online prima di trovare il sito che trovavo più simpatico.
Nel mio immaginario, per quanto ormai sia parte dell'universo delle relazioni umane, la relazione che nasce online è penalizzata dalla mancanza di diversi canali essenziali nella comunicazione (sarà colpa della mia formazione professionale attuale) e quindi porta a facili distorsioni del messaggio o a un'interazione che rischia di frammentarsi, in cui si perde un pezzo dell'intenzione, che rischia di diventare a volte poco autentica: penso che ci si possa innamorare online? Non lo so, forse: a me non è mai capitato, ma a molti sì e, soprattutto, ho avuto modo di conoscere diverse amiche in questa modalità. Ma di una cosa sono convinta: il virtuale non basta, mai. Non basta come surrogato sociale e non basta nell'incontro d'amore: se c'è una cosa che ho imparato a Gennaio durante un faticosissimo (e emotivamente intensissimo) corso, è che il non verbale arriva alla pancia e al petto con una schiettezza 2000 volte superiore. Conoscersi online può essere bellissimo, ma serve quel piano "animale" da cui non ci possiamo sottrarre per vivere un'esperienza autentica. La forma scritta è splendida, è potente, ma è anche scevra da ogni altro piano comunicativo e è ancora più facile perdere la sfumatura di un messaggio quando espresso solo a lettere: forse, Tinder, in quello si semplifica la vita... Ma non sono proprio sicura che sia in meglio. Ma, non avendone fatto esperienza in prima persona, non posso esprimermi in modo definitivo a riguardo.
Questo post era stato abbozzato e scritto mooooolto tempo fa e non so bene perché poi sia rimasto nelle bozze... Ma era lì, l'ho trovato, l'ho riletto e ho pensato che, per una volta, potevo parlare di qualcosa che non fossero sbrodolate emotive sulla storia, sulle difficoltà e sui ricongiungimenti tra me e i miei migliori amici. E, visto che ieri a quei tre e al nostro superamento del passato ho dedicato un post lungo un km (qualche sviolinata sul sostegno e le risate di oggi era anche per alcuni entrati nella mia vita negli ultimi anni, è vero, ma il grosso della stucchevolezza era per i miei vecchioni), ho pensato che fosse il caso di variare la minesta. Anche perché questo blog conta probabilmente più post zuppi di mie zuccherose riflessioni sui rapporti che di altro... e è il caso di variare topic ogni tanto. E di Tinder, benché passino i mesi, continuo a sentire parlare e emergono ogni volta strati più curiosi...
martedì 14 marzo 2017
lunedì 13 marzo 2017
La solita minestra: amicizia in brodo.
Ai miei pochi ma buonissimi ingredienti... vecchi e nuovi.
Le relazioni posso essere un (triste) brodo di dado o delle deliziose zuppe. Non ci sono ricettacoli segreti: è il procedimento, la bontà degli ingrdienti e la cottura che ne determina il sapore. Se io ci metto 6 ortaggi bio a chilometro zero e tu ci metti il dado e basta... beh, si sentirà. Se tu stai lì a fare la pasta fatta in casa, la tiri, fai i mini spaghettini e lavi e tagli le verdure e io ci metto solo l'acqua, perché mi aspetto che tu per me faccia tutto il resto... beh, probabilmente sarà buona comunque, ma per te avrà un sapore amaro in ogni caso. E se la facciamo e c'è troppo sale perché l'abbiamo messo entrambi, ma uno dei due dice che è salata solo per colpa dell'altro... eh, lì farà schifo tutto, non solo la minestra.
Ci sono rapporti su cui non vale la pena di investire, ma quando lo capisci, hai già sprecato fin troppe energie.
Ci sono rapporti per cui spendi tante parole, ti sforzi di formare lunghi pensieri e ragionamenti, e tutto quello che ricevi è un “Okay”, se sei fortunato.
Ci sono rapporti in cui ti apri, parli a lungo di te, di ciò che ti sta succedendo, in cui senti ascoltato, e poi capisci che hai parlato al nulla… Perché ascoltare non equivale a sentire in silenzio.
Ci sono rapporti in cui la comunicazione fallisce e le manipolazioni di fatti e parole si sprecano.
Ci sono rapporti in cui, per quanto ci provi, sbatti contro un muro.
E poi ci sono i rapporti che ti colorano: quelli in cui ridi anche nei giorni più pesanti.
Quei rapporti in cui parli per minuti lunghi ore delle difficoltà, delle insoddisfazioni, delle frustrazioni, della fatica… Sono quelli i rapporti che ti fanno dormire la notte: perché ti chiedono sempre come stai, come va, se hai superato l’ostacolo. E ve lo potete dire a vicenda che va tutto male o che sei proprio stanco. Lo puoi dire perché sai che ti ascoltano e, anche quando fingerai di non aver quel problema, loro se ne ricorderanno… E gioiranno quando gli dirai “forse qualcosa cambia” e ti incoraggeranno a fare, lottare, pensare che quello che stai facendo oggi è per il futuro. Ma soprattutto, saranno quei rapporti in cui tu farai lo stesso per loro: ascolterai, sosterrai, incoraggerai, ricorderai e chiederai come va quella cosa, quella di cui non ti parlerà da qualche giorno, ma che sai li turbava. Sono quei rapporti per cui ti senti 3 volte al giorno in modo telegrafico (perché il tempo per lunghe pippe mentali davanti a un bicchiere di vino non c'è) per parlare sempre della stessa cosa, dello stesso dubbio, degli stessi problemi di tutti i giorni e va comunque bene: sono quelli che se non sai cosa fare, ti spronano a fare proprio la cosa che meno vorresti fare, perché è quella che fa paura e è anche la più giusta (“Portalo, ‘sto CV!”, “Parla con i superiori, è tuo diritto!”, “Provaci, al massimo va male!”).
Sono quelli che sanno che il mondo del lavoro (e non solo) richiede umiltà, ma che c’è un punto in cui tu hai bisogno di aprire la bocca e dire la tua… E sono quelli i rapporti che ti ricordano come farlo.
Sono rapporti fatti di reciprocità e cuore, in cui sai di esserti dato a chi avrà cura di te esattamente quanto tu ne avrai di loro.
Ci sono tanti pezzi in un puzzle che forma un rapporto: sono tasselli diversi e ognuno contribuisce con pezzetti propri, unici e servono tutti per farne qualcosa. I rapporti funzionano solo quando si esce dalla propria minuscola prospettiva e si è disposti a sentire l’altro, non solo ad aspettarsi che l’altro senta e veda con noi. E se trovi quelle persone lì, quelle che sanno alzarsi dalla loro seggiolina in cui loro sono al centro e sanno sedersi in braccio a te, per vedere com’è la vista dalla tua posizione, conviene tenersele strette per la vita. Ma non solo. Serve ricordarsi che bisogna metterci lo stesso impegno che ci stanno mettendo loro; serve ricordarci che dobbiamo alzarci anche noi dalla nostra seggiola… Che dobbiamo avere cura di loro, non solo aspettarci che loro ne abbiano di noi.
Sono quelli i rapporti che funzionano anche dopo che non ti vedi e non ti senti per due mesi, perché da adulti è impensabile trovare ogni giorno lo spazio per l’altro. Funzionano anche quando l’altro non era lì a farti da balia in un progetto o avvenimento importante, perché la vita non segue il nostro ritmo, e a volte anche l’altro ha qualcosa di importante per sé di cui occuparsi (es: qualche sciocca e patologica partita di basket, che però pare importante come la nascita di un figlio, e allora pace e bene).
Ci sono, poi, quelli per cui ti accorgi che hai sbagliato tu e, santa polenta, quello è il pezzo più importante della maturazione: perché riconoscere il proprio contributo nel fallimento di un rapporto è l’unica cosa che ci permette di aggiustarlo. Chiederci cosa possiamo fare noi, dove abbiamo sbagliato noi, senza pensare che sia sempre colpa dell’altro, senza credere che siamo sempre noi le vittime dell’ingiustizia altrui: i rapporti che durano decenni sono quelli in cui si sbaglia, si litiga, si discute, si parla e si scopre come ricominciare, insieme, partendo da ciò che NOI possiamo fare per ripartire. È l'autoanalisi e l'autocritica che salva i rapporti: ammettere che a volte la merda siamo noi e che non siamo per forza i poveri afflitti da un destino popolato solo da gente crudele. A volte gli insensibili possiamo esserlo anche noi: ma, nei rapporti che valgono, riusciamo a vederlo, a accettarlo e a superarlo insieme.
Quelli lì, quelli in cui non va sempre tutto bene, sono i rapporti migliori… quelli che sono destinati a durare per sempre. Perché cambiano, crescono, imparano qualcosa, ci insegnano qualcosa di noi.
Sono quelli in cui il tuo dolore non è meno importante o più importante di quello dell’altro, ma è un aiuto per l’altro a superare il proprio: l’ho imparato qualche mese fa da una delle mie più care amiche.
L’aneddoto: a Ottobre del 2016 la mia cagnolina di 16 anni è morta. Era qualche settimana che le cose andavano male e quando è successo per me è stato un dolore grande come ogni altro lutto: perché con lei ero cresciuta, perché era come un membro della famiglia, perché era “la mia Isotta”. Quella sera, la mia migliore amica, che mi è stata accanto ogni istante della giornata, mi ha telefonato e mi ha detto che la sua cara nonna era in ospedale. La conoscevo da 20 anni. La risposta naturale, per me, è stata mettere da parte le mie lacrime, perché non era pensabile paragonare il mio dispiacere con quello della mia amica. Me lo ricordo come se fosse ieri:
“Stefy, no. È un cane, è vero, ma non ha un valore inferiore nel cuore.”
“Ma figurati! Ci mancherebbe altro. È diverso.”
“Non lo è… non devi sentirti come se dovessi mettere da parte le tue lacrime per questo.”
Siamo state in contatto quasi tutta la notte, a parlare. La mattina successiva la mia amica mi ha chiesto di venire a casa mia per non stare sola: è arrivata, eravamo tutte e due orribili, con gli occhi gonfi e le lacrime cristallizzate negli occhi. Ci siamo abbracciate e abbiamo parlato per un’ora: quando la mia amica si sentiva meglio e era pronta ad andare, suo padre ha chiamato per dirci che la nonna se n’era andata. L’ho abbracciata per 3 minuti e quando stavo per sciogliere l’abbraccio, lei mi ha chiesto di non farlo. Poi mi ha sussurrato: “È con la Isotta. Io lo so. E questa cosa mi rasserena in un modo che non so spiegare.”
Ce le siamo immaginate per giorni, a mangiare arrosto e a farsi compagnia: era solo un cane, ma quella mia perdita ha aiutato una delle persone che amo più al mondo a soffrire meno nel suo dolore e insieme è stato più facile.
Ogni giorno è così: sia rabbia, frustrazione, preoccupazione, alla fine riusciamo sempre a ridere e sorridere con le persone che valgono ogni sforzo.
Ci sono rapporti e persone per cui vale la pena di piangere e arrabbiarsi: sono quelle che si impegnano quanto noi di uscire dalla propria microscopica visione di sé al centro di tutto e per cui anche noi siamo disposte a farlo. Sono quelle per cui molliamo tutto, anche il sonno, quando hanno bisogno di noi e sono quelle che farebbero lo stesso per noi.
Sono quelle con cui si trova sempre un sorriso, con cui - anche se si sbaglia - alla fine del confronto se ne esce meglio, entrambi. Con cui il senso di colpa non esiste, perché c’è la parola, c’è lo scambio. Con cui non c’è la colpevolizzazione: si sbaglia insieme, si aggiusta insieme.
Sono quei rapporti lì che ci servono a affrontare ogni giorno, anche quando le cose che vanno bene sono molto meno di quelle che vanno male. Sono quelle persone a cui pensi una mattina a casa libera dal lavoro e per cui ti trovi a scrivere un post dopo secoli.
E non è il tempo che rende quei rapporti straordinari: sono le persone, perché quello che ho detto e penso vale tanto per le persone che conosco da 30 anni quanto per alcune che sono parte di me da pochi anni. Sono quelle persone che riescono sempre a mettermi un sorriso sulle labbra… con cui mi scambio messaggi vocali mentre ceno dai miei, perché se no poi viene tardi e crolliamo come pere sul divano. Sono le personalità e gli incastri che rendono i rapporti la cosa buona anche delle giornate andate male e ci salvano da un futuro da gettare (forse). L'importante è ricordarsi che i rapporti belli sono quelli dove si ride insieme, anche quando l'unica cosa che vorresti fare è prendere a testare la porta (o l'altro).
Le relazioni posso essere un (triste) brodo di dado o delle deliziose zuppe. Non ci sono ricettacoli segreti: è il procedimento, la bontà degli ingrdienti e la cottura che ne determina il sapore. Se io ci metto 6 ortaggi bio a chilometro zero e tu ci metti il dado e basta... beh, si sentirà. Se tu stai lì a fare la pasta fatta in casa, la tiri, fai i mini spaghettini e lavi e tagli le verdure e io ci metto solo l'acqua, perché mi aspetto che tu per me faccia tutto il resto... beh, probabilmente sarà buona comunque, ma per te avrà un sapore amaro in ogni caso. E se la facciamo e c'è troppo sale perché l'abbiamo messo entrambi, ma uno dei due dice che è salata solo per colpa dell'altro... eh, lì farà schifo tutto, non solo la minestra.
Ci sono rapporti su cui non vale la pena di investire, ma quando lo capisci, hai già sprecato fin troppe energie.
Ci sono rapporti per cui spendi tante parole, ti sforzi di formare lunghi pensieri e ragionamenti, e tutto quello che ricevi è un “Okay”, se sei fortunato.
Ci sono rapporti in cui ti apri, parli a lungo di te, di ciò che ti sta succedendo, in cui senti ascoltato, e poi capisci che hai parlato al nulla… Perché ascoltare non equivale a sentire in silenzio.
Ci sono rapporti in cui la comunicazione fallisce e le manipolazioni di fatti e parole si sprecano.
Ci sono rapporti in cui, per quanto ci provi, sbatti contro un muro.
E poi ci sono i rapporti che ti colorano: quelli in cui ridi anche nei giorni più pesanti.
Quei rapporti in cui parli per minuti lunghi ore delle difficoltà, delle insoddisfazioni, delle frustrazioni, della fatica… Sono quelli i rapporti che ti fanno dormire la notte: perché ti chiedono sempre come stai, come va, se hai superato l’ostacolo. E ve lo potete dire a vicenda che va tutto male o che sei proprio stanco. Lo puoi dire perché sai che ti ascoltano e, anche quando fingerai di non aver quel problema, loro se ne ricorderanno… E gioiranno quando gli dirai “forse qualcosa cambia” e ti incoraggeranno a fare, lottare, pensare che quello che stai facendo oggi è per il futuro. Ma soprattutto, saranno quei rapporti in cui tu farai lo stesso per loro: ascolterai, sosterrai, incoraggerai, ricorderai e chiederai come va quella cosa, quella di cui non ti parlerà da qualche giorno, ma che sai li turbava. Sono quei rapporti per cui ti senti 3 volte al giorno in modo telegrafico (perché il tempo per lunghe pippe mentali davanti a un bicchiere di vino non c'è) per parlare sempre della stessa cosa, dello stesso dubbio, degli stessi problemi di tutti i giorni e va comunque bene: sono quelli che se non sai cosa fare, ti spronano a fare proprio la cosa che meno vorresti fare, perché è quella che fa paura e è anche la più giusta (“Portalo, ‘sto CV!”, “Parla con i superiori, è tuo diritto!”, “Provaci, al massimo va male!”).
Sono quelli che sanno che il mondo del lavoro (e non solo) richiede umiltà, ma che c’è un punto in cui tu hai bisogno di aprire la bocca e dire la tua… E sono quelli i rapporti che ti ricordano come farlo.
Sono rapporti fatti di reciprocità e cuore, in cui sai di esserti dato a chi avrà cura di te esattamente quanto tu ne avrai di loro.
Ci sono tanti pezzi in un puzzle che forma un rapporto: sono tasselli diversi e ognuno contribuisce con pezzetti propri, unici e servono tutti per farne qualcosa. I rapporti funzionano solo quando si esce dalla propria minuscola prospettiva e si è disposti a sentire l’altro, non solo ad aspettarsi che l’altro senta e veda con noi. E se trovi quelle persone lì, quelle che sanno alzarsi dalla loro seggiolina in cui loro sono al centro e sanno sedersi in braccio a te, per vedere com’è la vista dalla tua posizione, conviene tenersele strette per la vita. Ma non solo. Serve ricordarsi che bisogna metterci lo stesso impegno che ci stanno mettendo loro; serve ricordarci che dobbiamo alzarci anche noi dalla nostra seggiola… Che dobbiamo avere cura di loro, non solo aspettarci che loro ne abbiano di noi.
Sono quelli i rapporti che funzionano anche dopo che non ti vedi e non ti senti per due mesi, perché da adulti è impensabile trovare ogni giorno lo spazio per l’altro. Funzionano anche quando l’altro non era lì a farti da balia in un progetto o avvenimento importante, perché la vita non segue il nostro ritmo, e a volte anche l’altro ha qualcosa di importante per sé di cui occuparsi (es: qualche sciocca e patologica partita di basket, che però pare importante come la nascita di un figlio, e allora pace e bene).
Ci sono, poi, quelli per cui ti accorgi che hai sbagliato tu e, santa polenta, quello è il pezzo più importante della maturazione: perché riconoscere il proprio contributo nel fallimento di un rapporto è l’unica cosa che ci permette di aggiustarlo. Chiederci cosa possiamo fare noi, dove abbiamo sbagliato noi, senza pensare che sia sempre colpa dell’altro, senza credere che siamo sempre noi le vittime dell’ingiustizia altrui: i rapporti che durano decenni sono quelli in cui si sbaglia, si litiga, si discute, si parla e si scopre come ricominciare, insieme, partendo da ciò che NOI possiamo fare per ripartire. È l'autoanalisi e l'autocritica che salva i rapporti: ammettere che a volte la merda siamo noi e che non siamo per forza i poveri afflitti da un destino popolato solo da gente crudele. A volte gli insensibili possiamo esserlo anche noi: ma, nei rapporti che valgono, riusciamo a vederlo, a accettarlo e a superarlo insieme.
Quelli lì, quelli in cui non va sempre tutto bene, sono i rapporti migliori… quelli che sono destinati a durare per sempre. Perché cambiano, crescono, imparano qualcosa, ci insegnano qualcosa di noi.
Sono quelli in cui il tuo dolore non è meno importante o più importante di quello dell’altro, ma è un aiuto per l’altro a superare il proprio: l’ho imparato qualche mese fa da una delle mie più care amiche.
L’aneddoto: a Ottobre del 2016 la mia cagnolina di 16 anni è morta. Era qualche settimana che le cose andavano male e quando è successo per me è stato un dolore grande come ogni altro lutto: perché con lei ero cresciuta, perché era come un membro della famiglia, perché era “la mia Isotta”. Quella sera, la mia migliore amica, che mi è stata accanto ogni istante della giornata, mi ha telefonato e mi ha detto che la sua cara nonna era in ospedale. La conoscevo da 20 anni. La risposta naturale, per me, è stata mettere da parte le mie lacrime, perché non era pensabile paragonare il mio dispiacere con quello della mia amica. Me lo ricordo come se fosse ieri:
“Stefy, no. È un cane, è vero, ma non ha un valore inferiore nel cuore.”
“Ma figurati! Ci mancherebbe altro. È diverso.”
“Non lo è… non devi sentirti come se dovessi mettere da parte le tue lacrime per questo.”
Siamo state in contatto quasi tutta la notte, a parlare. La mattina successiva la mia amica mi ha chiesto di venire a casa mia per non stare sola: è arrivata, eravamo tutte e due orribili, con gli occhi gonfi e le lacrime cristallizzate negli occhi. Ci siamo abbracciate e abbiamo parlato per un’ora: quando la mia amica si sentiva meglio e era pronta ad andare, suo padre ha chiamato per dirci che la nonna se n’era andata. L’ho abbracciata per 3 minuti e quando stavo per sciogliere l’abbraccio, lei mi ha chiesto di non farlo. Poi mi ha sussurrato: “È con la Isotta. Io lo so. E questa cosa mi rasserena in un modo che non so spiegare.”
Ce le siamo immaginate per giorni, a mangiare arrosto e a farsi compagnia: era solo un cane, ma quella mia perdita ha aiutato una delle persone che amo più al mondo a soffrire meno nel suo dolore e insieme è stato più facile.
Ogni giorno è così: sia rabbia, frustrazione, preoccupazione, alla fine riusciamo sempre a ridere e sorridere con le persone che valgono ogni sforzo.
Ci sono rapporti e persone per cui vale la pena di piangere e arrabbiarsi: sono quelle che si impegnano quanto noi di uscire dalla propria microscopica visione di sé al centro di tutto e per cui anche noi siamo disposte a farlo. Sono quelle per cui molliamo tutto, anche il sonno, quando hanno bisogno di noi e sono quelle che farebbero lo stesso per noi.
Sono quelle con cui si trova sempre un sorriso, con cui - anche se si sbaglia - alla fine del confronto se ne esce meglio, entrambi. Con cui il senso di colpa non esiste, perché c’è la parola, c’è lo scambio. Con cui non c’è la colpevolizzazione: si sbaglia insieme, si aggiusta insieme.
Sono quei rapporti lì che ci servono a affrontare ogni giorno, anche quando le cose che vanno bene sono molto meno di quelle che vanno male. Sono quelle persone a cui pensi una mattina a casa libera dal lavoro e per cui ti trovi a scrivere un post dopo secoli.
E non è il tempo che rende quei rapporti straordinari: sono le persone, perché quello che ho detto e penso vale tanto per le persone che conosco da 30 anni quanto per alcune che sono parte di me da pochi anni. Sono quelle persone che riescono sempre a mettermi un sorriso sulle labbra… con cui mi scambio messaggi vocali mentre ceno dai miei, perché se no poi viene tardi e crolliamo come pere sul divano. Sono le personalità e gli incastri che rendono i rapporti la cosa buona anche delle giornate andate male e ci salvano da un futuro da gettare (forse). L'importante è ricordarsi che i rapporti belli sono quelli dove si ride insieme, anche quando l'unica cosa che vorresti fare è prendere a testare la porta (o l'altro).
martedì 29 dicembre 2015
Le somme dell'amicizia (web e non): il bello e il brutto che c'è
Siccome è fine anno, si tirano le somme. Di solito.
Non sono mai stata troppo brava a gestire gli ultimi giorni dell'anno: i propositi - se li faccio - sono irrealistici e i bilanci sono confusi. Perché non mi viene mai in mente molto.
Ieri sera, a una cena con le amiche storiche, si parlava proprio di questo: ricordare gli eventi importanti dei nostri anni.
Io non lo faccio. Incredibilmente, raggiunto un traguardo, vado oltre: è davvero raro che guardi indietro a quel giorno e, ho pensato, questa è una cosa davvero triste.
È triste, perché raggiungere un traguardo richiede una buona dose di energia e dovrebbe essere un orgoglio... ma - e qui sta il lato postivo - io sono parecchio sul qui e ora quando si tratta di eventi concreti. Non sono sul qui e ora su poche cose, tra cui gli affetti. La nostalgia dei rapporti è una delle poche cose a cui ripenso a fine anno: ci sono persone che ti mancano in modo indescrivibile e altre che - se hai avuto la fortuna di ritrovarle - sono il tuo bilancio di fine anno.
Nella mia storia Med ha 3 amici particolari: Bet, Jules e Leo.
Questi tre personaggi sono, come ho sempre detto, ispirati a persone esistenti.
Ispirati significa che non sono esattamente tre idioti come quelli che ho raccontato io, ma è la loro "anima", il loro valore nella vita di qualcuno e l'essere speciali per qualcuno che si riflette nei miei personaggi. E i capelli: Bet è bionda (Leti, BIONDA, non mora), Jules è mora e riccia e Leo è moro, con gli occhi azzurri e il tatto di un bue.
Perché vi parlo di loro tre a fine anno? Perché per diversi anni della mia vita due di queste tre persone non hanno più fatto parte del mio mondo e mi sono mancate più dell'aria.
Questo 2015, però, è stato diverso: sono successe tante cose nella mia vita (qualcuna buona, molte altre meno) e queste tre belve hanno ritrovato tutte il loro posto in me. O meglio, un posto nuovo. Migliore. A tappe, intendiamoci: l'anno scorso ne avevo di nuovo due, ma ne mancava una. Oggi non è più così.
Una delle tre, poiché la vita vera è cattiva, si è trasferita in una città molto lontana da me, ma non è cambiato nulla: ieri sera era comunque sul mio divano ad abbracciarmi e a bere vino con me. Perché quando un rapporto ha sfidato tutto (l'adolescenza, l'università, cose molto più brutte) qualche chilometro e il non vedersi ogni settimana non fa alcuna differenza.
Un'altra ha fatto il viaggio più bello di tutti, un viaggio di puro amore, e mi ha permesso di essere lì ogni secondo di questo viaggio: mi ha coinvolta di fronte ad una tazza di cioccolata e, settimana dopo settimana, abbiamo ritrovato ciò che eravamo dal 1996. Semplicemente, noi. Senza filtri, senza paura del giudizio, senza timore di dire "non ce la faccio. È troppo difficile."
Senza trucco e con i jeans buchi, sul divano con un pezzo di vita tra le braccia e una canzone sussurrata. Le lacrime non sono una vergogna, quando scorrono di fronte a qualcuno che non giudica la ragione per cui scendono. Perché da grandi la vita vera è diffcile, le responsabilità fanno paura, l'incertezza ancora di più. "Ho paura" trova come risposta solo un "Vengo da te". E ci vai, davvero: a qualunque ora, anche quando non sai neanche tu cosa bisogna fare. Ci vai, perché per quella persona sei disposta a imparare cose incredibili; a provare; a ascoltare ogni parola; a non aver bisogno delle parole.
Poi c'è la terza persona. La più idiota (se possibile). In questi anni c'è stata, ma non come oggi. C'era quando, quattro anni fa mi sono svegliata dall'anestesia, perché lavorava lì. Era lì con mia madre quando ho aperto gli occhi e detto qualche incomprensibile minchiata sul suo camice bianco (e sul fatto che non avevo il reggiseno). Quella con cui, dopo tanti anni, mi sono trovata a fare ancora le 4 di mattina in macchina a parlare. Parlare sul serio: di emozioni, affetti, a dire la mia e sentire che non stavo parlando a vuoto, che qualcuno stava davvero ascoltando le mie parole, le faceva sue e stava pensando cosa fare. Perché parlare di certe cose non è facile: quando si va sul piano emotivo spuntano una serie di blocchi, l'impressione di essere in un film. È molto più semplice discutere del nulla. Con alcune persone più che con altre. Eppure, questo 2015, io ho ritrovato anche questa usanza: film che solo noi due possiamo andare al cinema a vedere ogni settimana, confronti a cuore aperto, dire "mi manca quello che eravamo" e "sono felice che ci siamo ritrovati". Dire "ti voglio bene" ad alta voce. Non aver paura di dire "Sei imbecille: metti da parte l'orgoglio. Se io non l'avessi fatto e non avessi messo da parte quel disastroso Natale, ora non saremmo qui in macchina" e sapere che non è cambiato niente e l'unica risposta che sentirai sarà "No". Perché la vita cambia, ma certe cose restano le stesse, ad esempio i "Leo".
I bilanci buoni degli affetti sono quelli che, a fine anno, ti fanno pensare che hai visto 5 matrimoni di amiche che conosci da quando avevi 5 anni, che hai visto nascere un bambino, che hai trovato l'amicizia insieme alla musica, che hai sentito molte amiche parlare di gravidanza (DIO ME NE SCAMPI, SE PENSANO DI RESTARE TUTTE INCINTE CONTEMPORANEAMENTE COME HANNO FATTO CON I MATRIMONI), che abitare a New York non ha corrotto di un grammo la bellezza di un'amicizia di quasi 25 anni, che hai ritrovato il ragazzo che ti faceva incazzare come una iena a 16 anni e che - dopo tanto - sai che è l'unico essere col cromosoma Y che hai chiamato "migliore amico". Ci metti anche le amicizie "virtuali", nel bilancio buono: perché non è facile guardarsi indietro e vedere che hai costruito davvero rapporti sinceri, profondi e reali con persone conosciute via etere. E, a quelle poche persone conosciute via WEB e che - dopo qualche anno - ancora sono con te, tu vuoi davvero bene. Con qualcuna sei persino andata in vacanza (due volte!) con la tua famiglia.
Lì pensi che, alla fine, se ci metti la dedizione e il cuore, internet è solo una forma moderna di bar e le sue pontenzialità sono splendide.
I bilanci buoni dell'amicizia sono il meglio di fine anno: ti fanno capire che alcuni rapporti sono fatti di un tipo di amore tanto perfetto che non può smettere di esistere. Si rimodella, prende una forma nuova dopo i più brutti scontri, le liti più subdole, le separazioni più lunghe e le distanze più dolorose. È lì che pensi che l'amore è proprio una roba indissolubile, quella cosa che batte anche la fisica: quando capisci che, per tornare insieme, ha abbattuto tutti gli ostacoli emotivi, del tempo e della vita.
E tu lo sai che, per quella forma di amicizia, faresti qualunque cosa. Qualunque cosa.
Ma a fine anno un pezzettino di bilancio lo dedichi anche alle "cattive amicizie". Un pensiero solo, per quelle, perché non valgono molto: a volte investiamo pezzetti di cuore in persone che non lo vogliono. O meglio, fingono di apprezzarlo, ma in noi non stanno investendo nulla di sé, solo la propria vanità. Purtroppo, la nostalgia ti fa tirare le somme anche su queste, a fine anno. Quelle che ti vedono solo quando fai loro da sostegno; quelle che non sostengono te e i tuoi piccoli tentivi; quelle che ti tengono fino a che non trovano qualcuno più bravo di te in qualcosa; che vedono solo se stesse, le proprie abilità e le proprie necessità. Quelle che hanno un giudizio per ogni cosa, che non sono trasparenti, che non vedono la tua luce, che non sentono la bellezza dell'amore che tu dai loro.
Ecco, a fine anno io a quelle persone vorrei solo dire che le vedo: le vedo da un po'. Che non rimpiango l'affetto che ho dato loro e che lo farei ancora se sapessi che quello che dono ha per loro un valore. Perché di cuore ne ho uno e, non avendo l'amore, l'ho sempre investito tanto nell'amicizia: ma è pur sempre uno solo e io penso fermamente che ogni pezzetto di esso che dono abbia un valore immenso. Se per queste persone non vale nulla, me lo riprendo volentieri e lo conservo per chi lo apprezza.
A 31 anni sono stufa di investire in persone che non investono in me; di voler il bene di persone che me ne vogliono solo quando serve a loro; di cercare di costruire rapporti da sola; di sperare di essere vista. Conservo i ricordi di quando credevo fosse qualcosa di vero, prendo coscienza di ciò che è reale e guardo avanti.
Niente propositi per il 2016: non li faccio da tempo.
Solo una speranza: che l'anno prossimo a quest'ora io possa avere ancora qualcosa di meraviglioso sull'amicizia da raccontare.
Una piccola speranza per le mie passioni: che scrivere torni ad essere qualcosa che riesco a fare (anche se in modo mediocre) e che, con quello che scrivo, io possa raccontare l'amicizia come la vedo oggi e che riesca a far ridere qualcuno proprio come rido io con alcuni di questi amici.
Sul lavoro e sull'amore non metto nulla perché sono fottutamente scaramentica e temo di portarmi sfiga da sola.
E con 'sto attacco di logorrea (i mei amici sanno apprezzare persino quella, pensate un po'!) vi saluto e, per adesso, auguro un buon martedì... E un delizioso fine anno senza petardi, che la mia Maia si caca di brutto quando sente i botti.
Non sono mai stata troppo brava a gestire gli ultimi giorni dell'anno: i propositi - se li faccio - sono irrealistici e i bilanci sono confusi. Perché non mi viene mai in mente molto.
Ieri sera, a una cena con le amiche storiche, si parlava proprio di questo: ricordare gli eventi importanti dei nostri anni.
Io non lo faccio. Incredibilmente, raggiunto un traguardo, vado oltre: è davvero raro che guardi indietro a quel giorno e, ho pensato, questa è una cosa davvero triste.
È triste, perché raggiungere un traguardo richiede una buona dose di energia e dovrebbe essere un orgoglio... ma - e qui sta il lato postivo - io sono parecchio sul qui e ora quando si tratta di eventi concreti. Non sono sul qui e ora su poche cose, tra cui gli affetti. La nostalgia dei rapporti è una delle poche cose a cui ripenso a fine anno: ci sono persone che ti mancano in modo indescrivibile e altre che - se hai avuto la fortuna di ritrovarle - sono il tuo bilancio di fine anno.
Nella mia storia Med ha 3 amici particolari: Bet, Jules e Leo.
Questi tre personaggi sono, come ho sempre detto, ispirati a persone esistenti.
Ispirati significa che non sono esattamente tre idioti come quelli che ho raccontato io, ma è la loro "anima", il loro valore nella vita di qualcuno e l'essere speciali per qualcuno che si riflette nei miei personaggi. E i capelli: Bet è bionda (Leti, BIONDA, non mora), Jules è mora e riccia e Leo è moro, con gli occhi azzurri e il tatto di un bue.
Perché vi parlo di loro tre a fine anno? Perché per diversi anni della mia vita due di queste tre persone non hanno più fatto parte del mio mondo e mi sono mancate più dell'aria.
Questo 2015, però, è stato diverso: sono successe tante cose nella mia vita (qualcuna buona, molte altre meno) e queste tre belve hanno ritrovato tutte il loro posto in me. O meglio, un posto nuovo. Migliore. A tappe, intendiamoci: l'anno scorso ne avevo di nuovo due, ma ne mancava una. Oggi non è più così.
Una delle tre, poiché la vita vera è cattiva, si è trasferita in una città molto lontana da me, ma non è cambiato nulla: ieri sera era comunque sul mio divano ad abbracciarmi e a bere vino con me. Perché quando un rapporto ha sfidato tutto (l'adolescenza, l'università, cose molto più brutte) qualche chilometro e il non vedersi ogni settimana non fa alcuna differenza.
Un'altra ha fatto il viaggio più bello di tutti, un viaggio di puro amore, e mi ha permesso di essere lì ogni secondo di questo viaggio: mi ha coinvolta di fronte ad una tazza di cioccolata e, settimana dopo settimana, abbiamo ritrovato ciò che eravamo dal 1996. Semplicemente, noi. Senza filtri, senza paura del giudizio, senza timore di dire "non ce la faccio. È troppo difficile."
Senza trucco e con i jeans buchi, sul divano con un pezzo di vita tra le braccia e una canzone sussurrata. Le lacrime non sono una vergogna, quando scorrono di fronte a qualcuno che non giudica la ragione per cui scendono. Perché da grandi la vita vera è diffcile, le responsabilità fanno paura, l'incertezza ancora di più. "Ho paura" trova come risposta solo un "Vengo da te". E ci vai, davvero: a qualunque ora, anche quando non sai neanche tu cosa bisogna fare. Ci vai, perché per quella persona sei disposta a imparare cose incredibili; a provare; a ascoltare ogni parola; a non aver bisogno delle parole.
Poi c'è la terza persona. La più idiota (se possibile). In questi anni c'è stata, ma non come oggi. C'era quando, quattro anni fa mi sono svegliata dall'anestesia, perché lavorava lì. Era lì con mia madre quando ho aperto gli occhi e detto qualche incomprensibile minchiata sul suo camice bianco (e sul fatto che non avevo il reggiseno). Quella con cui, dopo tanti anni, mi sono trovata a fare ancora le 4 di mattina in macchina a parlare. Parlare sul serio: di emozioni, affetti, a dire la mia e sentire che non stavo parlando a vuoto, che qualcuno stava davvero ascoltando le mie parole, le faceva sue e stava pensando cosa fare. Perché parlare di certe cose non è facile: quando si va sul piano emotivo spuntano una serie di blocchi, l'impressione di essere in un film. È molto più semplice discutere del nulla. Con alcune persone più che con altre. Eppure, questo 2015, io ho ritrovato anche questa usanza: film che solo noi due possiamo andare al cinema a vedere ogni settimana, confronti a cuore aperto, dire "mi manca quello che eravamo" e "sono felice che ci siamo ritrovati". Dire "ti voglio bene" ad alta voce. Non aver paura di dire "Sei imbecille: metti da parte l'orgoglio. Se io non l'avessi fatto e non avessi messo da parte quel disastroso Natale, ora non saremmo qui in macchina" e sapere che non è cambiato niente e l'unica risposta che sentirai sarà "No". Perché la vita cambia, ma certe cose restano le stesse, ad esempio i "Leo".
I bilanci buoni degli affetti sono quelli che, a fine anno, ti fanno pensare che hai visto 5 matrimoni di amiche che conosci da quando avevi 5 anni, che hai visto nascere un bambino, che hai trovato l'amicizia insieme alla musica, che hai sentito molte amiche parlare di gravidanza (DIO ME NE SCAMPI, SE PENSANO DI RESTARE TUTTE INCINTE CONTEMPORANEAMENTE COME HANNO FATTO CON I MATRIMONI), che abitare a New York non ha corrotto di un grammo la bellezza di un'amicizia di quasi 25 anni, che hai ritrovato il ragazzo che ti faceva incazzare come una iena a 16 anni e che - dopo tanto - sai che è l'unico essere col cromosoma Y che hai chiamato "migliore amico". Ci metti anche le amicizie "virtuali", nel bilancio buono: perché non è facile guardarsi indietro e vedere che hai costruito davvero rapporti sinceri, profondi e reali con persone conosciute via etere. E, a quelle poche persone conosciute via WEB e che - dopo qualche anno - ancora sono con te, tu vuoi davvero bene. Con qualcuna sei persino andata in vacanza (due volte!) con la tua famiglia.
Lì pensi che, alla fine, se ci metti la dedizione e il cuore, internet è solo una forma moderna di bar e le sue pontenzialità sono splendide.
I bilanci buoni dell'amicizia sono il meglio di fine anno: ti fanno capire che alcuni rapporti sono fatti di un tipo di amore tanto perfetto che non può smettere di esistere. Si rimodella, prende una forma nuova dopo i più brutti scontri, le liti più subdole, le separazioni più lunghe e le distanze più dolorose. È lì che pensi che l'amore è proprio una roba indissolubile, quella cosa che batte anche la fisica: quando capisci che, per tornare insieme, ha abbattuto tutti gli ostacoli emotivi, del tempo e della vita.
E tu lo sai che, per quella forma di amicizia, faresti qualunque cosa. Qualunque cosa.
Ma a fine anno un pezzettino di bilancio lo dedichi anche alle "cattive amicizie". Un pensiero solo, per quelle, perché non valgono molto: a volte investiamo pezzetti di cuore in persone che non lo vogliono. O meglio, fingono di apprezzarlo, ma in noi non stanno investendo nulla di sé, solo la propria vanità. Purtroppo, la nostalgia ti fa tirare le somme anche su queste, a fine anno. Quelle che ti vedono solo quando fai loro da sostegno; quelle che non sostengono te e i tuoi piccoli tentivi; quelle che ti tengono fino a che non trovano qualcuno più bravo di te in qualcosa; che vedono solo se stesse, le proprie abilità e le proprie necessità. Quelle che hanno un giudizio per ogni cosa, che non sono trasparenti, che non vedono la tua luce, che non sentono la bellezza dell'amore che tu dai loro.
Ecco, a fine anno io a quelle persone vorrei solo dire che le vedo: le vedo da un po'. Che non rimpiango l'affetto che ho dato loro e che lo farei ancora se sapessi che quello che dono ha per loro un valore. Perché di cuore ne ho uno e, non avendo l'amore, l'ho sempre investito tanto nell'amicizia: ma è pur sempre uno solo e io penso fermamente che ogni pezzetto di esso che dono abbia un valore immenso. Se per queste persone non vale nulla, me lo riprendo volentieri e lo conservo per chi lo apprezza.
A 31 anni sono stufa di investire in persone che non investono in me; di voler il bene di persone che me ne vogliono solo quando serve a loro; di cercare di costruire rapporti da sola; di sperare di essere vista. Conservo i ricordi di quando credevo fosse qualcosa di vero, prendo coscienza di ciò che è reale e guardo avanti.
Niente propositi per il 2016: non li faccio da tempo.
Solo una speranza: che l'anno prossimo a quest'ora io possa avere ancora qualcosa di meraviglioso sull'amicizia da raccontare.
Una piccola speranza per le mie passioni: che scrivere torni ad essere qualcosa che riesco a fare (anche se in modo mediocre) e che, con quello che scrivo, io possa raccontare l'amicizia come la vedo oggi e che riesca a far ridere qualcuno proprio come rido io con alcuni di questi amici.
Sul lavoro e sull'amore non metto nulla perché sono fottutamente scaramentica e temo di portarmi sfiga da sola.
E con 'sto attacco di logorrea (i mei amici sanno apprezzare persino quella, pensate un po'!) vi saluto e, per adesso, auguro un buon martedì... E un delizioso fine anno senza petardi, che la mia Maia si caca di brutto quando sente i botti.
martedì 17 novembre 2015
In the arms of an angel
"And everywhere you turn
There's vultures and thieves at your back
The storm keeps on twisting
Keep on building the lies
That you make up for all that you lack
It don't make no difference
Escaping one last time
It's easier to believe
In this sweet madness
Oh this glorious sadness
That brings me to my knees
Escaping one last time
It's easier to believe
In this sweet madness
Oh this glorious sadness
That brings me to my knees
In the arms of the angel
Fly away from here
From this dark cold hotel room
And the endlessness that you fear
Fly away from here
From this dark cold hotel room
And the endlessness that you fear
You are pulled from the wreckage
Of your silent reverie
You're in the arms of the angel
May you find some comfort here"
Of your silent reverie
You're in the arms of the angel
May you find some comfort here"
Avevo postato questo link su FB in precedenza: poi non ero del tutto convinta e ho cancellato sia il link che il post annesso.
Io stessa ho usato troppo le parole: purtroppo sono una persona che si inalbera facilmente e - molto spesso - posto altrettanto in fretta quando non dovrei. Ho sempre pensato che essere impulsivi fosse un difetto; un difetto che, in alcune circostanze, posseggo.
In ogni caso, il post voleva solo essere un'espressione senza i filtri delle mie inutili parole: ho sempre pensato che questa canzone sussurrasse tante cose oltre alle parole del testo. L'avevo cantata secoli fa ed è sempre rimasta nel mio pc... Ora è fuori solo perché in certi casi con le canzoni si parla meglio che con le parole. Nel mio caso, oggi è così.
NB: Quasi sicuramente tra mezz'ora mi sarò pentita di questo post e di questa cover e tornerò alla modalità freezer... Non vogliatemene: ormai sapete che sono un'inetta.
lunedì 5 ottobre 2015
Sometimes you just have to give up
No, non scriverò un post in inglese (anche se non è da escludere che scriverei meglio in inglese... il che è tutto dire)... Ma la frase rende meglio così.
Oggi è lunedì e il lunedì si tende a pensare, sentire e vivere male. Di norma io provo a respingere il polo negativo del primo giorno della settimana: a volte mi va bene, altre fallisco miseramente.
Sono le 10:23 e per ora la lunedite si è insinuata per bene in me.
C'è da dire che, come previsto, se due settimane fa avevo avuto soddisfazioni sul lavoro, con la musica e ero riuscita a tornare a scrivere, la scorsa settimana è stata per me una settimana infernale su ogni fronte (oltre a quelli elecanti) a parte il lavoro. Quindi non è da escludere che io mi porti dietro della negatività residua.
Comunque.
Sono sempre stata una che faceva fatica a arrendersi, a mollare, a abbandonare ciò che pensava fosse bello. Sempre. Ho sempre pensato che se qualcosa ti aveva dato gioia per un po', valeva la pena di essere preservato, riconquistato, coltivato.
Le persone come me, però, sono incredibilmente moleste, perché non capiscono quando è ora di mollare.
Ogni tanto, però, anche quelli come me comprendono che non tutto può restare o tornare ad essere quello che era.
Oggi mollo un po' di cose; oggi, complice il lunedì, non credo che tutto debba essere tenuto; oggi penso che, forse, posso mettere da parte i miei patetici tentivi di tenere vivo tutto... Oggi smetto di essere molesta. Oggi, la conquista è saper dire basta.
È innegabile che, a volte, vorremmo portare indietro le lancette a quando una cosa funzionava, era vera e aveva un senso: ma il cambiamento è anche questo. Le relazioni si modificano, le idee assumono forma e valore diverso, le strade si biforcano.
Ci ripensi, ogni tanto, a quello che era: a quanto di te hai investisto per qualcuno o per qualcosa, a quanto ci credevi. A quanto, in alcune occasioni, sei stato ingenuo. A quanto capita di sopravvalutare sé e le cose.
Ci sono stati, nella vita di tutti, dei giorni in cui la ruota delle cose e degli affetti girava bene: quelli sono ricordi che vanno conservati con tenerezza, non con amarezza. Ci sono stati regalati per permetterci di cambiare qualcosa; ognuno di quei giorni, ogni parola serviva per portarci un po' più in là. È indubbio che "cedere" ad un cambiamento che non ci piace sia difficile, ma non di meno necessario.
Le cose che non funzionano, si aggiustano; quelle che non si possono aggiustare, si lasciano indietro.
Io oggi chiudo, tra le altre cose, il blog.
Lo chiudo perché non è un blog. Lo metto in pausa, perché non voglio perdere le tracce di quello che è stato per me: ogni post scritto nasceva da una parte di me che in quel momento aveva un valore preciso... Va conservato, ma va conservato per me.
Non ha mai davvero funzionato: se non per qualche post ridicolo e per qualche altro di "prime volte", non è mai stato nulla di più che un posto in cui scrivevo parole a vanvera. Non aveva un senso o un tema specifico.
E, come troppo spesso capita con la sottoscritta, non era costante.
Ogni tanto ti fermi e pensi che, alla fine, ogni cosa ha fatto il suo corso... che le pezze non servono a molto e che "giving up" è solo una parte nuova di un movimento, di un cambiamento che non si ferma.
Il blog era nato per TuttoTondo... ma non è stato dedicato a TuttoTondo.
TuttoTondo è qualcosa a cui non rinuncerò fino a quando non avrò pubblicato l'ultima scena dell'ultimo capitolo: quella che è scritta da tempo. A TuttoTondo non penso che sarò mai in grado di rinunciare, nonostante la fatica e la qualità che si abbassa. Per TuttoTondo insisterò sempre... più per me, che per la storia in sé. Ma il blog, in questo momento, mi sembra qualcosa che tengo in vita ad agonizzare... Qualcosa che se ne sta lì nella rete, ignorato e dimenticato se non per qualche raro guizzo di vita.
Detto questo, non credo di fare torto a nessuno, se non al blog stesso al massimo.
Non lo cancello, perché magari un giorno riuscirò a dargli un nuovo senso e un nuovo scopo; ma lo chiudo, perché per ora ha solo l'aria di un diario, esposto a tutti senza un vero perché.
Se mai saprò dargli la forma di un posto in cui ridere, riflettere, apprezzare o scoprire qualcosa, lo toglierò dalla sua ibernazione... Per ora lo congelo: ho già troppe cose pubblicate e lasciate in sospeso.
Quindi, per oggi "I give up"... Non escludo di cambiare idea: siamo tutti in continua trasformazione e magari un giorno capiterà che io abbia davvero qualcosa di interessante da dire, qualcosa su cui riflettere o qualcosa da amare a parole. Oggi il lunedì mi fa pensare che questo posto abbia bisogno di dormire per un po'.
Oggi è lunedì e il lunedì si tende a pensare, sentire e vivere male. Di norma io provo a respingere il polo negativo del primo giorno della settimana: a volte mi va bene, altre fallisco miseramente.
Sono le 10:23 e per ora la lunedite si è insinuata per bene in me.
C'è da dire che, come previsto, se due settimane fa avevo avuto soddisfazioni sul lavoro, con la musica e ero riuscita a tornare a scrivere, la scorsa settimana è stata per me una settimana infernale su ogni fronte (oltre a quelli elecanti) a parte il lavoro. Quindi non è da escludere che io mi porti dietro della negatività residua.
Comunque.
Sono sempre stata una che faceva fatica a arrendersi, a mollare, a abbandonare ciò che pensava fosse bello. Sempre. Ho sempre pensato che se qualcosa ti aveva dato gioia per un po', valeva la pena di essere preservato, riconquistato, coltivato.
Le persone come me, però, sono incredibilmente moleste, perché non capiscono quando è ora di mollare.
Ogni tanto, però, anche quelli come me comprendono che non tutto può restare o tornare ad essere quello che era.
Oggi mollo un po' di cose; oggi, complice il lunedì, non credo che tutto debba essere tenuto; oggi penso che, forse, posso mettere da parte i miei patetici tentivi di tenere vivo tutto... Oggi smetto di essere molesta. Oggi, la conquista è saper dire basta.
È innegabile che, a volte, vorremmo portare indietro le lancette a quando una cosa funzionava, era vera e aveva un senso: ma il cambiamento è anche questo. Le relazioni si modificano, le idee assumono forma e valore diverso, le strade si biforcano.
Ci ripensi, ogni tanto, a quello che era: a quanto di te hai investisto per qualcuno o per qualcosa, a quanto ci credevi. A quanto, in alcune occasioni, sei stato ingenuo. A quanto capita di sopravvalutare sé e le cose.
Ci sono stati, nella vita di tutti, dei giorni in cui la ruota delle cose e degli affetti girava bene: quelli sono ricordi che vanno conservati con tenerezza, non con amarezza. Ci sono stati regalati per permetterci di cambiare qualcosa; ognuno di quei giorni, ogni parola serviva per portarci un po' più in là. È indubbio che "cedere" ad un cambiamento che non ci piace sia difficile, ma non di meno necessario.
Le cose che non funzionano, si aggiustano; quelle che non si possono aggiustare, si lasciano indietro.
Io oggi chiudo, tra le altre cose, il blog.
Lo chiudo perché non è un blog. Lo metto in pausa, perché non voglio perdere le tracce di quello che è stato per me: ogni post scritto nasceva da una parte di me che in quel momento aveva un valore preciso... Va conservato, ma va conservato per me.
Non ha mai davvero funzionato: se non per qualche post ridicolo e per qualche altro di "prime volte", non è mai stato nulla di più che un posto in cui scrivevo parole a vanvera. Non aveva un senso o un tema specifico.
E, come troppo spesso capita con la sottoscritta, non era costante.
Ogni tanto ti fermi e pensi che, alla fine, ogni cosa ha fatto il suo corso... che le pezze non servono a molto e che "giving up" è solo una parte nuova di un movimento, di un cambiamento che non si ferma.
Il blog era nato per TuttoTondo... ma non è stato dedicato a TuttoTondo.
TuttoTondo è qualcosa a cui non rinuncerò fino a quando non avrò pubblicato l'ultima scena dell'ultimo capitolo: quella che è scritta da tempo. A TuttoTondo non penso che sarò mai in grado di rinunciare, nonostante la fatica e la qualità che si abbassa. Per TuttoTondo insisterò sempre... più per me, che per la storia in sé. Ma il blog, in questo momento, mi sembra qualcosa che tengo in vita ad agonizzare... Qualcosa che se ne sta lì nella rete, ignorato e dimenticato se non per qualche raro guizzo di vita.
Detto questo, non credo di fare torto a nessuno, se non al blog stesso al massimo.
Non lo cancello, perché magari un giorno riuscirò a dargli un nuovo senso e un nuovo scopo; ma lo chiudo, perché per ora ha solo l'aria di un diario, esposto a tutti senza un vero perché.
Se mai saprò dargli la forma di un posto in cui ridere, riflettere, apprezzare o scoprire qualcosa, lo toglierò dalla sua ibernazione... Per ora lo congelo: ho già troppe cose pubblicate e lasciate in sospeso.
Quindi, per oggi "I give up"... Non escludo di cambiare idea: siamo tutti in continua trasformazione e magari un giorno capiterà che io abbia davvero qualcosa di interessante da dire, qualcosa su cui riflettere o qualcosa da amare a parole. Oggi il lunedì mi fa pensare che questo posto abbia bisogno di dormire per un po'.
lunedì 21 settembre 2015
Ritorno alla scrittura: la paura di scrivere ancora e gli aggiornamenti.
Sfortunatamente questa mattina non posso mettermi a fare lughi post (in realtà, per chi legge è una botta di vita), perché tra pochissimo devo essere al lavoro.
Ma nell'utlimo anno e mezzo ho trascurato tutto quello che per me aveva a che fare con la scrittura: questo blog (su cui ho scritto solo in occasioni specifiche), la mia long, le mie storie e ogni idea che mi giungeva in testa. Per la prima volta da quando so leggere ho trascurato persino la lettura, lasciando il kindle spento per un'infinità di mesi: fino ad Agosto 2015, praticamente, non ho letto nulla... e non mi era davvero mai successo.
Due settimane fa avevo preparato un post per il blog, che però non ho pubblicato: era una riflessione sui siti di incontri... Sulle applicazioni che favorirebbero gli incontri.
Non l'ho pubblicato e non so neanche perché, ma forse è stato un bene.
Questa settimana, improvvisamente, ho aperto un documento vuoto e mi sono messa a scrivere: mi sono messa a scrivere una storia ispirata proprio da quel post sconclusionato.
E, se da cosa nasce cosa, dopo averla pubblicata è successo un altro miracolo in cui non credevo dal 2013 (perché, forse un giorno spiegherò cosa è successo, ma il piacere della scrittura, l'ispirazione e la voglia di scrivere sono venute meno nl 2013... per un evento, chiaramente legato alla scrittura.): gli ultimi capitoli erano stati tutti difficili da scrivere, ma dal capitolo 16 di TuttoTondo, non ero più riuscita a produrre nulla.
Ma torniamo a questa settimana: ho scritto questa one-shot e - non so neppure come - sono finita con incastrarla con una storia a cui tenevo tantissimo: Data di scadenza (cliccate per leggere).
E così mi sono trovata ad esplorare il punto di vista maschile della pressione sociale sull'amore... e dell'utilizzo dei siti di dating. Da qui:
Sono passata qui:
E ne è uscita, appunto, It's a match!. C'è del romance, lo ammetto. Ed è comico e introspettivo, come mio solito.
Da questa One-shot, poi, l'impensabile: il girno dopo la pubblicazione, ho aperto il file di TuttoTondo e ho scritto come non facevo da anni. Non ho pensato a chi leggeva, non ho pensato a chi la giudicava, non ho pensato al'effetto wow o a cosa la gente poteva aspettarsi; ho solo pensato a me e alla mia storia. A quello che volevo raccontare quando l'ho iniziata. A quello che avevo da dire quando nel 2013 è venuto meno il piacere di scrivere.
Ieri sera, dopo che la Beta l'ha corretto, l'ho pubblicato. Dopo quasi un anno e mezzo ho aggiornato la mia long: la prima storia che mi ha fatto venire voglia di scrivere nella mia vita e quella che è diventata così difficile da scrivere in questi anni.
Ora, poco conta che - come è chiaro - dopo un anno e mezzo la gente non se la ricorda più e non la segue più; e non posso provedere se questo è stato un flash del passato o se la voglia di scrivere mi è tornata davvero. Quello che conta è che, almeno per una settimana, sono tornata a sentirmi bene con le mie storie; a non aver paura di scrivere e a non sentirle tutte sbagliate. Per una settimana le ho scritte e, santo cielo, per la prima volta da non so quanto, mi piaceva quello che scrivevo e mi piaceva scriverlo.
Ecco, tutto questo semplicemente per dire che non so se "tornata" davvero e quanto vorrei, ma qualcosa sono riuscita a farla e, quindi, è bene che segni la data sul calendario!
Quindi, ricapitoliamo i link:
Tuttotondo, Capitolo 17 (Importuni e In-opportunità): http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3265971
Data di scadenza (vecchia, ma sarebbe da leggere prima della OS nuova): http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1144227&i=1
It's a match!: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3261062&i=1
E, in ultimo, aggiungo il link a una OS, perché con l'inizio delle scuole e i racconti delle mie amiche mamme, stamattina mi sono trovata a scrivere il secondo capitolo di quella:
Un ultimo Natale: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=2344266&i=1
Va detto, inoltre, che tutte le storie sono anche nel mio profilo su Wattpad,che io non amo molto, ma che pare essere più pratico di efp, soprattutto per l'utenza.
https://www.wattpad.com/user/MedOrMad
Ma nell'utlimo anno e mezzo ho trascurato tutto quello che per me aveva a che fare con la scrittura: questo blog (su cui ho scritto solo in occasioni specifiche), la mia long, le mie storie e ogni idea che mi giungeva in testa. Per la prima volta da quando so leggere ho trascurato persino la lettura, lasciando il kindle spento per un'infinità di mesi: fino ad Agosto 2015, praticamente, non ho letto nulla... e non mi era davvero mai successo.
Due settimane fa avevo preparato un post per il blog, che però non ho pubblicato: era una riflessione sui siti di incontri... Sulle applicazioni che favorirebbero gli incontri.
Non l'ho pubblicato e non so neanche perché, ma forse è stato un bene.
Questa settimana, improvvisamente, ho aperto un documento vuoto e mi sono messa a scrivere: mi sono messa a scrivere una storia ispirata proprio da quel post sconclusionato.
E, se da cosa nasce cosa, dopo averla pubblicata è successo un altro miracolo in cui non credevo dal 2013 (perché, forse un giorno spiegherò cosa è successo, ma il piacere della scrittura, l'ispirazione e la voglia di scrivere sono venute meno nl 2013... per un evento, chiaramente legato alla scrittura.): gli ultimi capitoli erano stati tutti difficili da scrivere, ma dal capitolo 16 di TuttoTondo, non ero più riuscita a produrre nulla.
Ma torniamo a questa settimana: ho scritto questa one-shot e - non so neppure come - sono finita con incastrarla con una storia a cui tenevo tantissimo: Data di scadenza (cliccate per leggere).
E così mi sono trovata ad esplorare il punto di vista maschile della pressione sociale sull'amore... e dell'utilizzo dei siti di dating. Da qui:
“Uomo, 33 anni.”
Come Gesù quando morì. Sono alla frutta.
“Bella presenza”
Bella presenza non va bene. Bella presenza vuol dire brutto, ma che non fa vomitare. E le donne lo sanno.
“Lavoro stabile”
Forse devo dire quale lavoro. Stabile potrebbe non attirare molto; magari vogliono il brivido dell’incertezza. Ma “programmatore informatico” temo evochi immagini costellate di capelli sporchi, acne, action figures e immaturità. E masturbazione. Non che alcune di queste cose non siano veriterire per la categoria, ma non so se è un buon biglietto da visita.
“Cerca compagna, affettuosa, a cui piaccia ridere e …”
Disperata quanto lui. No, così non va, sembra che sto cercando un barboncino. Un barboncino con senso dell'umorismo.
"Uomo, 33 anni. Introverso. Un po’ burbero."
È tutto quello che mi sento di scrivere senza sentirmi afflitto da livelli di sfiga inarrivabili. L’annuncio sul giornale è troppo.
A 33 anni Gesù è morto single, no? Augurandomi di andare oltre i 33, morirò single anche io. Per lo meno di questo è assolutamente certa mia nonna, la quale mi ha supplicato di pubblicare qualcosa sulla pagina degli annunci matrimoniali prima di farla morire di crepacuore.
Voleva che includessi maschi e femmine nelle preferenze:
«Se ti piace il fuco invece della fuca, va bene lo stesso. Non ascoltare tua madre. Andiamo in Spagna a fare il matrimonio, ma trovati qualcuno prima che io mi essicchi!».
«Nonna, non si dice fuca.»
«Si dice fica, lo so.»
Sono passata qui:
È difficile, tra maschi, ammettere che sei interessato a qualcosa di più del sesso: noi siamo cavernicoli, uomini duri che rifuggono i legami duraturi. Noi siamo i conquistatori, gli eterni ragazzini, quelli distaccati e che vogliono la loro libertà. Per un momento - più o meno breve - della vita, noi maschi siamo tutto questo: però a volte succede che, improvvisamente, tutti i tuoi amici hanno cominciato a sposarsi e alcuni parlano di bambini, di cambiare la macchina, di non poter uscire perché devono incontrare i futuri suoceri. E quando quello accade, ti rendi conto che non ti dispiacerebbe avere qualcuna di queste cose. Capisci che vorresti trovare qualcuno che le vuole con te, queste cose; qualcuno che non ti chiede di buttare via la Play Station, di portare la giacca la domenica a pranzo e di cambiare canale quando guardi The Walking Dead. Pensandoci, allora, capisci che, probabilmente, oggi sono poche le donne che ti chiederebbero di fare certe cose e che, forse, questa idea te la sei piantata da solo nella testa per giustificare le paure che avevi. Di impegnarti. Di restare da solo. Di diventare grande. Di diventare vecchio.
E ne è uscita, appunto, It's a match!. C'è del romance, lo ammetto. Ed è comico e introspettivo, come mio solito.
Da questa One-shot, poi, l'impensabile: il girno dopo la pubblicazione, ho aperto il file di TuttoTondo e ho scritto come non facevo da anni. Non ho pensato a chi leggeva, non ho pensato a chi la giudicava, non ho pensato al'effetto wow o a cosa la gente poteva aspettarsi; ho solo pensato a me e alla mia storia. A quello che volevo raccontare quando l'ho iniziata. A quello che avevo da dire quando nel 2013 è venuto meno il piacere di scrivere.
Ieri sera, dopo che la Beta l'ha corretto, l'ho pubblicato. Dopo quasi un anno e mezzo ho aggiornato la mia long: la prima storia che mi ha fatto venire voglia di scrivere nella mia vita e quella che è diventata così difficile da scrivere in questi anni.
Ora, poco conta che - come è chiaro - dopo un anno e mezzo la gente non se la ricorda più e non la segue più; e non posso provedere se questo è stato un flash del passato o se la voglia di scrivere mi è tornata davvero. Quello che conta è che, almeno per una settimana, sono tornata a sentirmi bene con le mie storie; a non aver paura di scrivere e a non sentirle tutte sbagliate. Per una settimana le ho scritte e, santo cielo, per la prima volta da non so quanto, mi piaceva quello che scrivevo e mi piaceva scriverlo.
Ecco, tutto questo semplicemente per dire che non so se "tornata" davvero e quanto vorrei, ma qualcosa sono riuscita a farla e, quindi, è bene che segni la data sul calendario!
Quindi, ricapitoliamo i link:
Tuttotondo, Capitolo 17 (Importuni e In-opportunità): http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3265971
Data di scadenza (vecchia, ma sarebbe da leggere prima della OS nuova): http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1144227&i=1
It's a match!: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3261062&i=1
E, in ultimo, aggiungo il link a una OS, perché con l'inizio delle scuole e i racconti delle mie amiche mamme, stamattina mi sono trovata a scrivere il secondo capitolo di quella:
Un ultimo Natale: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=2344266&i=1
Va detto, inoltre, che tutte le storie sono anche nel mio profilo su Wattpad,che io non amo molto, ma che pare essere più pratico di efp, soprattutto per l'utenza.
https://www.wattpad.com/user/MedOrMad
venerdì 1 maggio 2015
Di Fathers and Sons: padri e figli maschi.
Buon primo Maggio, gente che è felicemente a casa dal lavoro.
Tranne i signori della mia accademia di Yoga: loro lavorano anche oggi e mi avrebbero voluta in accademia a provare una lezione di "techno"... Che non so cosa sia. Ma giò il nome evoca un eccessivo sforzo.
In ogni caso, ho perso il binario: buon primo maggio e, come sempre, questo post nasce dal nulla, senza un vero scopo e senza sapere davvero cosa volessi dire.
Nasce perché tra una settimana torna in Italia fratelloh (purtroppo solo per 8 giorni) e, ogni volta che penso a fratelloh e padreh insieme, mi salta in testa "Father and Son" di Cat Stevens.
Anni fa andammo tutti e quattro a fare un viaggio on the road negli USA e avevo come piano originario di fare un montaggio video della vacanza, città per città: nel montaggio avevo deciso avrei incuso un video solo di papà e fratello con quella canzone di sottofondo. Il montaggio non l'ho ancora fatto, ma la canzone per me resta destinata ai due uomini della mia famiglia.
Per chi non la conosce, è probabilmente una delle più belle canzoni degli anni '70 e - ovviamente - racconta di un padre e di un figlio.
Il testo, per quanto mi concerne, è qualcosa di meraviglioso: è una sorta di diaologo e ho sempre pensato che sarebbe stato fico essere un maschio per poterla dedicare a qualcuno (in qualità di padre o di figlio)... Non racconta di un rapporto facile tra papà e figlio... Ma a me ha sempre toccato il cuore. SEMPRE:
Sarà la musica, sarà la voce di un padre che cerca di consigliare e sente di sapere, sarà la voce di un figlio che prova a parlare, a far sentire la sua voce... Il confronto di due generazioni che cercano di parlarsi.
Per chi mastica l'inglese, in fondo incollerò il testo (e vi invito fortemente ad andare ad ascoltare la versione originale di Cat Stevens), perché la musica del secolo scorso resta la migliore... E le canzoni d'amore più belle sono quelle tra genitori e figli. Di questo sono convinta.
Non ero online il giorno della festa del papà: non ero online neppure col cervello, come non lo è stato fratelloh, perché questo Marzo l'ha ricordato ad entrambi mamma che era la festa del papà.
Io ero qui fisicamente, ma la testa non l'avevo. Fratello era a Dubai, e sospetto che sia sconnesso dalle feste italiane. E allora ai papà ci penso oggi, io: ai papà che oggi non lavorano... e magari sono a casa o in giro coi figli.
Ecco, ho fatto tutto questo preambolo perché, come ho detto, venerdì arriverà fratelloh e in questi anni più che mai questa canzone è per mio Padreh e per mio Fratelloh... Testardi, rumorosi, tattofobici (in casa mia lo sono tutti, tranne me... Io sono appiccicosa e compenso per tutti), ma in fondo uguali l'uno all'altro.
Fossi maschio l'avrei cantata a padreh almeno una volta.
Fossi maschio l'avrei dedicata ad un figlio prima o poi.
Quindi, in piena emotività per il ritorno di fratello, l'ho cantata (con pessimi risultati, visto che sono femmina e beccare la tonalità di un maschio non è così facile per me) e la dedico - da donna che ha avuto sotto gli occhi un Father e un son per 31 anni - ai papà e ai figli.
https://soundcloud.com/morma-1/father-son-1
A quelli che si capiscono quando si parlano.
A quelli che non sanno comunicare.
A quei figli ancora troppo piccoli per mettere in discussione i padri.
A quelli che, troppo grandi, si pentono di aver messo in discussione i propri...
A quei papà che ogni giorno insegnano ai loro figli che "you're still young" "look at me, I am old, but I'm happy".
A quei papà che sanno cosa vuol dire essere giovani; che insegnano ai figli ad essere pazienti e a riflettere...
E a quelli che incoraggiano l'impulsività.
A quei figli che cercano di mostrare ai padri che sono uomini e possono fare da soli.
E a quei padri che, nonostante il tempo e gli anni sulla carta di identità, vedranno sempre nei loro figli dei ragazzini da consigliare e da guidare. Sempre.
E a quei figli che pensano di non avere più bisogno dei consigli di un altro uomo. Pensano.
Ai rapporti al testosterone: si amano, si scontrano, si spalleggiano, si accudiscono e si sgidano a vicenda. Perché i rapporti bellissimi, emotivi e di complicità e conflitto non sono solo quelli tra femmine...
E la dedico ai miei "father and son", perché tra una settimana si rivedranno e questa canzone sarà di nuovo e sempre per loro!
Link al testo: http://www.azlyrics.com/lyrics/catstevens/fatherandson.html
martedì 28 aprile 2015
Levare la ruggine: scrivere è come il sesso.
Tornare alla normalità e alle proprie abitudini dopo un lunghissimo periodo di stop è virtualmente impossibile.
Un po' come quando torni dall'Erasmus, strisciare piano nel mondo che ti sei lasciato alle spalle è sempre difficile.
È difficile per due ragioni: innazitutto, tu sei rimasto nella tua bolla, ma il resto del mondo è cambiato e capire in che modo si è modificato e come tu puoi adattarti è come cercare di pronunciare la j spagnola senza scatarrare. In secondo luogo, è difficile perché la sensazione di intorpedimento parte dal cervello e arriva alla lingua, alle dita, agli occhi.
Tornare è come svegliarsi da quel sogno che si fa periodicamente e non si ricorda. Lo conosci, non è la prima volta che ci hai a che fare, eppure non sia bene come gestirlo: lo ricordi? Lo sai di cosa parla davvero? Lo spapresti raccontare, visto che l'hai sognato più volte? Era sempre lo stesso o qualcosa è cambiato? Era una continuazione di quello che hai sognato in passato o hai dovuto ricominciare dal principio?
Io questa cosa del "ritorno al passato" la faccio periodicamente: in genere perché la situazione mi sfugge di mano.
Questo post non ha un vero significato. È il mio tentativo di oliare le dita, la mente e l'anima per tornare a mettere due parole in fila.
Agli scrittori non penso capiti, ma ai comuni mortali, quelli che fanno viaggi mentali e basta, credo succeda molto spesso di dimenticarsi come si fa a scrivere un pensiero, un'idea, una fantasia.
È facile scordarsi come si fa a sviluppare quell'idea: l'ultima volta che io me lo scordata, ho riscritto TuttoTondo dal principio.
Non ti ricordi più la voce dei tuoi personaggi e non sei più sicura di conoscerli così bene.
E poi, il peggio: sai che avevi avuto qualche idea interessante su cosa dovevi scrivere... avevi anche messo giù qualche appunto. Ma a distanza di tempo non è che abbia poi così tanto senso.
Ogni tanto penso che le volte in cui scrivo, lo faccio per esorcizzare me stessa: probabilmente non ho nulla di davvero interessante da dire agli altri. È possibile che abbia qualcosa da dire a una parte di me che se ne sta sdraiata supina sul fondo di me stessa, sovrastata dalla me molto più esuberante, polemica, rumorosa e disorganizzata. Forse ho una mente troppo disordinata per raccontare qualcosa di coerente... che sia coerente con se stesso e con me dal principio alla fine.
Altre volte, invece, penso che l'ostacolo a me stessa nello scrivere sia la cantilena che gira in testa ogni volta: "Non essere banale. Non essere scontata. Non essere pallosa.". Che poi, ad essere obiettivi, fare così è il modo più veloce per essere esattamente tutte le cose che non vorresti essere.
Non. Non. Non. NON. Un sacco di "non".
Scrivere per me è un divertimento, nulla più... ma io ho un caratteraccio e, quando non riesco a fare una cosa, mi inalbero come un armadillo, faccio l'isterica e mi incazzo.
Sono Ariete. Detesto perdere. Detesto fallire. E, soprattutto, detesto non riuscire a fare quello che mi ripropongo di fare.
Detto questo, tornare a fare qualcosa di piacevole a volte richiede tempo... e qualche momento di disagio, prima di poterlo gustare ancora.
Ed è qui che il mio essere cazzara esce, vi avviso.
Anche quando non si fa sesso da un po', quando si ha la fortuna di avere nuovamente udienza con Eros, ci sono quei primi attimi di incertezza, di tentennamento, di fastidio.
Sì, sto dicendo che tornare a scrivere dopo qualche mese è come tornare a fare l'amore dopo un periodo di astinenza (sfortuna).
Prima di confermare la vostra idea su di me (cioè, che sono una vera imbecille), statemi a sentire.
In entrambi i casi:
1) all'inzio ti senti elettrizzata, perché puoi di nuovo farlo, eppure sei dubbiosa sul come farlo.
2) Quando cominci, le dita si muovono incerte e impazienti sulla superficie: vorrebbero saper scorrere con sicurezza e al ritmo giusto, proprio come l'ultima volta.
3) La mente è annebbiata dal desiderio di concretizzare, di fare, subito e bene! È intropidita dal bisogno. È confusa su come iniziare.
4) Quando inzia davvero, arriva il panico: "lo sto facendo bene? Nel modo giusto? È così che voglio che sia? Mi sta piacendo il modo in cui lo faccio? Lo facevo così anche prima?"
5) Poi c'è il respiro e c'è il sangue: nelle dita e nella testa. Scorrono, dalla testa alle dita, il sangue e, con lui, l'ossigeno. Ti chiedi se è come te lo ricordavi tu... Se è meglio. Se è peggio.
6) Quando tutto prende forma, ci sono quei primi momenti di fastidio: le sensazioni sembrano nuove, sembrano sconosciute. Ogni tanto sembrano persino spiacevoli perché sei arruginita.
7) Le parole e la voce ti si bloccano in gola: i suoni e i pensieri che prima parevano coerenti, improvvisamente non riescono più a prendere forma. Eppure una volta scrivevi senza pensarci. Eppure una volta ti ricordavi che, durante il sesso, eri ancora in grado di pensare e di usare le corde vocali.
8) L'indecisione: tra quanto? Cosa va fatto prima? Cosa viene dopo? Il tempo è giusto?
9) La pelle: la pelle e i nervi prudono e tremano. Ci sono così tante cose vuoi fare e le vorresti subito, per non perdere tempo. Pazientare, quando si ricomincia, sembra impossibile.
10) Lì arrivano i "non": non così. Non lì. Non quella cosa. Non sono più capace.
11) Il calore: ah, il calore è quello che cambia tutto. Lo senti quando scrivi senza riuscire a fermarti, senza sapere cosa volevi scrivere e dove ti sta portando. Lo avverti quando smetti di pensare ai "non" e ascolti le TUE esigenze, quando fai sesso.
Ma c'è una cosa che, credo e spero, vale per tanto per il sesso, quanto per la scrittura. Non ci sono le istruzioni da seguire: si segue se stessi. Si segue solo quello che sai di te... Parli per te. Scrivi ciò che vorresti leggere tu. Fai l'amore con te e per te.
E allora, quando si torna a scrivere e a fare l'amore, si accetta di essere impacciati e arruginiti... Magari non tornerai a scrivere e a fare l'amore come prima, è vero, ma - forse - imparerai a farlo in modo diverso. Per te più bello. Oppure scoprirari che non lo vuoi più fare (scrivere... fare l'amore, non credo), e andrà bene lo stesso.
Le dita vorranno fare altro, magari. Ma se riesci a tornare a "fare" e riscopri il piacere che provavi a farlo, forse avrai persino l'impressione di essere brava. Che poi è quello è l'unica cosa che conta: che ti sia divertita e che sia soddisfatta.
In fondo, anche la scrittura, come il sesso, non deve per forza essere condivisa con altri. Anche la scrittura, come il sesso, può essere fatta solo con sé e per sé! TIÈ!
Direi che il mio ritorno al blog è all'altezza dei demenziali standard passati: ma poco conta. Mi sono divertita e ho scoperto che, sì, per me scrivere è come fare l'amore.
Un po' come quando torni dall'Erasmus, strisciare piano nel mondo che ti sei lasciato alle spalle è sempre difficile.
È difficile per due ragioni: innazitutto, tu sei rimasto nella tua bolla, ma il resto del mondo è cambiato e capire in che modo si è modificato e come tu puoi adattarti è come cercare di pronunciare la j spagnola senza scatarrare. In secondo luogo, è difficile perché la sensazione di intorpedimento parte dal cervello e arriva alla lingua, alle dita, agli occhi.
Tornare è come svegliarsi da quel sogno che si fa periodicamente e non si ricorda. Lo conosci, non è la prima volta che ci hai a che fare, eppure non sia bene come gestirlo: lo ricordi? Lo sai di cosa parla davvero? Lo spapresti raccontare, visto che l'hai sognato più volte? Era sempre lo stesso o qualcosa è cambiato? Era una continuazione di quello che hai sognato in passato o hai dovuto ricominciare dal principio?
Io questa cosa del "ritorno al passato" la faccio periodicamente: in genere perché la situazione mi sfugge di mano.
Questo post non ha un vero significato. È il mio tentativo di oliare le dita, la mente e l'anima per tornare a mettere due parole in fila.
Agli scrittori non penso capiti, ma ai comuni mortali, quelli che fanno viaggi mentali e basta, credo succeda molto spesso di dimenticarsi come si fa a scrivere un pensiero, un'idea, una fantasia.
È facile scordarsi come si fa a sviluppare quell'idea: l'ultima volta che io me lo scordata, ho riscritto TuttoTondo dal principio.
Non ti ricordi più la voce dei tuoi personaggi e non sei più sicura di conoscerli così bene.
E poi, il peggio: sai che avevi avuto qualche idea interessante su cosa dovevi scrivere... avevi anche messo giù qualche appunto. Ma a distanza di tempo non è che abbia poi così tanto senso.
Ogni tanto penso che le volte in cui scrivo, lo faccio per esorcizzare me stessa: probabilmente non ho nulla di davvero interessante da dire agli altri. È possibile che abbia qualcosa da dire a una parte di me che se ne sta sdraiata supina sul fondo di me stessa, sovrastata dalla me molto più esuberante, polemica, rumorosa e disorganizzata. Forse ho una mente troppo disordinata per raccontare qualcosa di coerente... che sia coerente con se stesso e con me dal principio alla fine.
Altre volte, invece, penso che l'ostacolo a me stessa nello scrivere sia la cantilena che gira in testa ogni volta: "Non essere banale. Non essere scontata. Non essere pallosa.". Che poi, ad essere obiettivi, fare così è il modo più veloce per essere esattamente tutte le cose che non vorresti essere.
Non. Non. Non. NON. Un sacco di "non".
Scrivere per me è un divertimento, nulla più... ma io ho un caratteraccio e, quando non riesco a fare una cosa, mi inalbero come un armadillo, faccio l'isterica e mi incazzo.
Sono Ariete. Detesto perdere. Detesto fallire. E, soprattutto, detesto non riuscire a fare quello che mi ripropongo di fare.
Detto questo, tornare a fare qualcosa di piacevole a volte richiede tempo... e qualche momento di disagio, prima di poterlo gustare ancora.
Ed è qui che il mio essere cazzara esce, vi avviso.
Anche quando non si fa sesso da un po', quando si ha la fortuna di avere nuovamente udienza con Eros, ci sono quei primi attimi di incertezza, di tentennamento, di fastidio.
Sì, sto dicendo che tornare a scrivere dopo qualche mese è come tornare a fare l'amore dopo un periodo di astinenza (sfortuna).
Prima di confermare la vostra idea su di me (cioè, che sono una vera imbecille), statemi a sentire.
In entrambi i casi:
1) all'inzio ti senti elettrizzata, perché puoi di nuovo farlo, eppure sei dubbiosa sul come farlo.
2) Quando cominci, le dita si muovono incerte e impazienti sulla superficie: vorrebbero saper scorrere con sicurezza e al ritmo giusto, proprio come l'ultima volta.
3) La mente è annebbiata dal desiderio di concretizzare, di fare, subito e bene! È intropidita dal bisogno. È confusa su come iniziare.
4) Quando inzia davvero, arriva il panico: "lo sto facendo bene? Nel modo giusto? È così che voglio che sia? Mi sta piacendo il modo in cui lo faccio? Lo facevo così anche prima?"
5) Poi c'è il respiro e c'è il sangue: nelle dita e nella testa. Scorrono, dalla testa alle dita, il sangue e, con lui, l'ossigeno. Ti chiedi se è come te lo ricordavi tu... Se è meglio. Se è peggio.
6) Quando tutto prende forma, ci sono quei primi momenti di fastidio: le sensazioni sembrano nuove, sembrano sconosciute. Ogni tanto sembrano persino spiacevoli perché sei arruginita.
7) Le parole e la voce ti si bloccano in gola: i suoni e i pensieri che prima parevano coerenti, improvvisamente non riescono più a prendere forma. Eppure una volta scrivevi senza pensarci. Eppure una volta ti ricordavi che, durante il sesso, eri ancora in grado di pensare e di usare le corde vocali.
8) L'indecisione: tra quanto? Cosa va fatto prima? Cosa viene dopo? Il tempo è giusto?
9) La pelle: la pelle e i nervi prudono e tremano. Ci sono così tante cose vuoi fare e le vorresti subito, per non perdere tempo. Pazientare, quando si ricomincia, sembra impossibile.
10) Lì arrivano i "non": non così. Non lì. Non quella cosa. Non sono più capace.
11) Il calore: ah, il calore è quello che cambia tutto. Lo senti quando scrivi senza riuscire a fermarti, senza sapere cosa volevi scrivere e dove ti sta portando. Lo avverti quando smetti di pensare ai "non" e ascolti le TUE esigenze, quando fai sesso.
Ma c'è una cosa che, credo e spero, vale per tanto per il sesso, quanto per la scrittura. Non ci sono le istruzioni da seguire: si segue se stessi. Si segue solo quello che sai di te... Parli per te. Scrivi ciò che vorresti leggere tu. Fai l'amore con te e per te.
E allora, quando si torna a scrivere e a fare l'amore, si accetta di essere impacciati e arruginiti... Magari non tornerai a scrivere e a fare l'amore come prima, è vero, ma - forse - imparerai a farlo in modo diverso. Per te più bello. Oppure scoprirari che non lo vuoi più fare (scrivere... fare l'amore, non credo), e andrà bene lo stesso.
Le dita vorranno fare altro, magari. Ma se riesci a tornare a "fare" e riscopri il piacere che provavi a farlo, forse avrai persino l'impressione di essere brava. Che poi è quello è l'unica cosa che conta: che ti sia divertita e che sia soddisfatta.
In fondo, anche la scrittura, come il sesso, non deve per forza essere condivisa con altri. Anche la scrittura, come il sesso, può essere fatta solo con sé e per sé! TIÈ!
Direi che il mio ritorno al blog è all'altezza dei demenziali standard passati: ma poco conta. Mi sono divertita e ho scoperto che, sì, per me scrivere è come fare l'amore.
martedì 11 novembre 2014
PUZZLE COVER REVEAL (ottavo pezzo): TRENTATRÈ DI MIRYA
E se Dio fosse uno di noi?
Io sono cresciuta andando a scuola dalle suore.
Oggi comincio così, perché per la prima volta nella vita mi trovo a partecipare ad un Cover Reveal e non uno qualunque.
Chi è sfortunatamente approdato da queste parti in passato sa che questo non è un lit blog, ma la persona che ci scrive pensieri e idiozie ama la lettura. E ama leggere libri che si rivelano speciali. E ama chi quei libri li scrive.
Oggi sono qui per parlarvi di un libro che tra poco potrete stringere tra le vostre manine: “Trentatré” di Mirya.
Ammetto di essere un po’ fuori dal mio elemento e il mio post non è venuto come avrei voluto: speravo di riuscire a farvi capire quanto di meriviglioso ci attende in questo libro senza spoilerarvi e esprimendovi il mio amore incondizionato per l'autrice, ma le mie splendide ragazze della banda del Read Along nei giorni scorsi hanno saputo guidarvi nella scoperta di questo prezioso libro con la grazia che non posseggo io… e nel geniale tour organizzato da Anncleire di Please Another Book.
Che cosa sappiamo di Trentatré e che cosa possiamo dire?
Di fatto sappiamo molto poco (o, per lo meno, c’è poco che possiamo dire): già, perché Mirya reca malvagità inside e sulla sua pagina ha seminato spoiler e teaser dall’inizio dei tempi, eppure la verità è che non sappiamo davvero quello che ci aspetta.
Come le altre fanciulle, tempo addietro ho avuto l’onore di leggere il prologo (che ora siete così fortunati da poter ascoltare qui, letto direttamente dalla inebriante voce di Mirya) e praticamente da allora non sono più riuscita a smettere di pensarci.
Ma cosa si intuisce dalle anticipazioni?
Di cosa parla? Parla di Dio… anzi, di D. e di quello che neppure D. sa o può aspettarsi. Di un D che non conosce davvero quello che lui stesso ha creato e che si mostra in una veste umana ma pur sempre divina. Parla di noi e di un D. che impara dalle sue stesse creature: ne scopre la complessità e la Grazia.
Grace.
Un libro, l’ho detto più volte, non è mai una cosa sola: non aspettatevi nulla che possa essere intrappolato in una sola categoria. Mirya ha creato qualcosa che vuole andare oltre lo schema, qualcosa che scende nel profondo dei significati e che ti costringe a pensare. A riflettere. A indagare dentro di noi.
Mirya dice:
"Trentatré non è adatto a chi ha idee religiose molto convinte e serie e non gradisce riderci su. Non è adatto nemmeno a chi cerca solo un romance, perché non sarà un romance nel senso consueto del termine, anche se ci sarà una coppia principale. E ci saranno molte parti in questo libro che potrebbero dare fastidio, per motivi che capirete prestissimo.”
Io sono cresciuta dalle suore… e come per la maggior parte di quelli che l’hanno fatto, io e D. negli anni ci siamo un po’ persi di vista. Non sappiamo bene come definire il nostro rapporto, ma se tutto ha origine in lui e Mirya è stata il suo strumento, forse Dio ha un bel po’ di senso dell’umorismo e ha scelto di parlarmi attraverso una donna nuova. Stavolta senza veli. Sì, il doppio senso è assolutamente voluto.
Lei sa far ridere e pingere in un modo così geniale che, tra le lacrime, non saprete dire se state piangendo dal ridere o di disperazione. Ve lo dico per esperienza personale.
Non so se ci si può innamorare con le parole e delle parole, ma io credo di poter dichiarare che Mirya sa sedurre ogni volta che scrive. Sa toccare il lettore e se un autore riesce a lasciare un segno, allora ogni fatica sarà valsa la pena.
Bene: innamoratevi come me, abbiate la mente aperta e il cuore pronto… a ricevere qualcosa di più dell’amore, di più delle parole e di più del pensiero.
Mirya ci racconta una storia che non si muove mai su un solo piano, che esce dalla “safe zone” del genere o dell'argomento centrale e si dispiega in più direzioni, toccando verità e temi delicati, esplorando “l’amore” e “la vita”, qualunque cosa essi siano. L’ironia, il sarcasmo pungente, il modo vivido e preciso con cui l’autrice scaglia la storia nella mente di chi sceglierà questo libro, saranno il condimento perfetto: non so molto più di voi del libro (so qualcosa in più, lo ammetto), ma so che sarà un’esperienza unica. Un libro che lascia il segno con le sue parole e con i suoi protagonisti: e qui arriviamo al mio ruolo di oggi… Alla copertina.
Le mie “colleghe” in questo Cover Reveal vi hanno ormai fornito un quadro quasi completo della splendida modella che troneggia sulla copertina di Trentatré e oggi io vengo a voi col il penultimo pezzettino.

Sapete anche del Giveaway, ormai, in cui Mirya mette in regalo una copia del libro a chi saprà indovinare il nome di un personaggio di cui non ci ha svelato praticamente nulla. Ecco, per aiutarvi a vincere io oggi ho per voi l’ultima lettera!

Per vincere non dovrete fare altro che commentare l’ultima tappa di domani su Please another Book, con il nome che pensate appartenga al personaggio misterioso…
Ora, nel caso vi siate persi le tappe precendenti di questa avventura, vi ordino immediatamente di andare a visitare i blog che hanno partecipato (anche perché se no non potete indovinare il nome per il giveaway!)
Martedì 4 novembre: Primo Pezzo Anncleire su Please Another Book
Mercoledì 5 novembre: Secondo Pezzo Erika su Wonderful Monster
Giovedì 6 novembre: Terzo Pezzo Kikkasole su Testa e piedi tra le pagine dei libri
Venerdì 7 novembre: Quarto Pezzo @ciaradh_ & @Kiadalpi su Ikigai
Sabato 8 novembre: Quinto Pezzo @ilovereading_ su Petrichor
Domenica 9 novembre: Sesto Pezzo @Endif1 su Il Sorriso in una pagina
Lunedì 10 novembre: Settimo Pezzo @dituttocuore su Di Tutto Cuore
Domani tutti pezzi avranno un senso e troverete la copertina finale e la trama del libro svelati da Anncleire:
Domani tutti pezzi avranno un senso e troverete la copertina finale e la trama del libro svelati da Anncleire:
Mercoledì 12 novembre: Copertina completa + Trama su Please Another Book
E, in ultimo, due cosine (il termine è usato appositamente per Mirya, lei capirà perché) sull’autrice, proprio come raccontato negli altri blog:
"Mirya è indiscutibilmente nata; altrettanto indiscutibilmente vive, per puro caso a Ferrara, con il figlio e il marito. Il suo desiderio di includere nel nucleo familiare il kindle si è scontrato con la definizione di essere umano, che pare non potersi estendere al reader, nonostante esso risulti più utile e affezionato di alcuni cosiddetti esseri umani.
Sempre a Ferrara, per non ammorbare il resto del mondo, Mirya insegna le materie umanistiche e la sopportazione del dolore agli alunni liceali, celandosi dietro al suo reale nome anagrafico che, come tutte le cose reali, non dice nulla della realtà.”
La potete trovare su Facebook, su Twitter, su Efp e sul suo Blog.
lunedì 20 ottobre 2014
Manuale della perfetta adultera di Ella M. Endif
In realtà avevo in progetto di scrivere questo post cinque giorni fa, e cioè quando il libro è uscito su Amazon... ma faccio pena a gestire il tempo.
Ma andiamo con ordine: la mia stima nei confronti degli autori italiani che trovano il coraggio e la determinazione di autopubblicarsi è cresciuta in modo esponenziale nell'ultimo anno. Mesi fa non sapevo neanche cosa fosse il self-publishing, poi ho pensato fosse appannaggio degli Americani (che hanno un pubblico ben più vasto) e infine ho scoperto che è una realtà in continua crescita anche da noi.
Oggi sono qui proprio per un'autrice che ha scelto il self: Ella M. Endif e il suo "Manuale della perfetta adultera", disponibile da qualche giorno in vendita su Amazon (per i lettori amanti di GR, avete a disposizione le info qui).
Di che parla? È una storia d'amore? È solo una storia d'amore? I libri scritti col cuore non sono mai solo storie d'amore, ma per capirlo bisogna saper leggere con una mente che vive le parole scritte, non si limita ad osservarle. Perché chi scrive modella per il lettore ogni frase con cura, gettando le basi per emozioni vivide e per spostarci dal nostro universo: essere spettatore in un libro significa assaggiare solo la metà di quello che l'autore ha fatto per noi. Ed Ella ha plasmato per noi un'avventura fatta di molte più forme d'amore e molte più sensazioni di quelle che la semplice dicitura "storia d'amore" può raccogliere. Basta leggere la trama (e aver barato, sbirciando oltre i 3 capitoli che l'autrice aveva messo a disposizione dei lettori prima dell'uscita) per capirlo:
"Loreline Preston vuole essere felice: vuole che il suo matrimonio funzioni, che le montagne che circondano North Conway inizino a piacerle, che suo figlio cresca amato e sicuro di sé. Ryan sa che nulla si ottiene senza sacrificio, perché nulla le è stato regalato e sa che rigore, disciplina ed onestà sono gli unici mezzi che ha per mantenere unita la propria famiglia. Non teme la rinuncia, anche se questo significa riporre i suoi sogni in un cassetto. Non teme la lotta contro se stessa perché, per amore di suo figlio, ha ridotto la sua voce interiore al silenzio e si è convinta di non desiderare altro.
Trevor Knight è un uomo ambizioso: vive a Chicago e lavora in uno studio legale prestigioso. Sa cosa significa avere potere, sa come manipolare persone e situazioni per trarne sempre un vantaggio. Autocontrollo e perseveranza sono i suoi tratti distintivi. Non ha legami e non ne sente la mancanza. Anche con la sua famiglia d’origine mantiene rapporti distaccati e quando i fratelli gli chiedono aiuto per un problema burocratico della scuola d’infanzia che dirigono, è costretto a trasferirsi per un po’ a North Conway.
Un solo bacio con uno sconosciuto è l’unico momento di pazzia che Ryan è disposta a concedersi nella sua esistenza fatta di doveri, prima di tornare ad Andy e a un matrimonio che le si sta frantumando tra le mani. Un solo bacio non basta a Trevor, che pensava di avere già tutto ciò che desiderava e scopre, invece, di avere un vuoto che soldi, successo e bellezza non sono mai riusciti a colmare.
Il caso congiurerà contro di loro per farli incontrare ancora, perché la vita è imprevedibile, i progetti sono fatti per essere rivoluzionati e le certezze per essere messe in discussione. Ryan e Trevor riconosceranno nell’altro il completamento di se stessi, ma lotteranno a lungo prima di capire che smarrirsi del tutto è l’unica strada percorribile per ritrovarsi davvero."
Sì, sì, è una storia d'amore, ma c'è di mezzo la riscoperta di una donna, non solo il sesso. C'è l'amore per un figlio - che è la forma più elevata di amore - e c'è una donna che si libera da se stessa per un momento, percorrendo quella strada che la porta verso ciò che non immaginava.
Questo post non poteva cadere in data più azzeccata, perché oggi parte una delle iniziative che nell'ultimo anno mi ha più colorato le settimane, facendomi scoprire il piacere della lettura insieme: il Read Along di Please another book. Ecco, l'iniziativa in sé è una meraviglia e oggi parte la lettura di gruppo di questo libro... ovviamente io parteciperò! Il regolamento lo trovate qui (Trevor Read Along) e potete iscrivervi su GR o sulla pagina FaceBook della fantastica blogger ( qui ). Vi assicuro che, una volta provata l'esperienza dell lettura corale, non vorrete più farne a meno e quale occasione migliore per rendere meno odioso questo lunedì, se non inziando la lettura di un romanzo che promette di lasciare il segno per delicatezza, cura e passione? Perché i temi che Ella sceglie di affrontare sono incredibilmente difficili e, per riuscire a rendere empatico il lettore, ci vuole grazia, sensibilità e talento: tutte cose che (sempre perché io baro e ho sbirciato un po' il libro prima che iniziasse il RA) so che l'autrice possiede e che sfrutta per regalarci non un prodotto, ma un dono fatto di parole incise bianco su nero, che promettono di restare con noi ben oltre l'ultima pagina. Se queste sono le mie sensazioni solo dopo aver sbirciato, ora che il RA è iniziato non so come farò a rispettare le scadenze.
Vi lascio quindi con una speranza: quella di vivere le emozioni che Ella ha creato per noi, scoprendo una via migliore per vivere il lunedì e assaporando la lettura fatta di condivisioni e confronti.
E vi saluto con due chicche: la prima è il link alla pagina FaceBook dell'autrice e la seconda è un video. Ho chiesto a Ella se ci fosse una canzone che incarnava la sua idea della storia che ha scritto. La sua risposta è stata più o meno: "Someone like you. Capitolo 16."
Ecco, criptica ma chiara: quel capitolo va letto con quella canzone come colonna sonora.
Someone Like you di Adele
E restando in tema di musica, chiudo con soundcloud: Annclaire di Please Another Book ha prestato la sua deliziosa vocina per introdurci al libro, leggendone l'inizio qui!
Qualche mese fa, invece, io avevo fatto una patetica e imbarazzante cover di "Someone like you" versione acustica e non per il compleanno dell'autrice: le trovate nella mia solita pagina di soundcloud se vi va.
Buona Lettura a tutti, sperando di vedervi nel RA e di aver illuminato l'orribile lunedì che ci attende.
lunedì 8 settembre 2014
Quale confidenza? Storia di un virtuale che si fa reale.
Ricordo di essere sempre stata tra quelli che storcevano il naso di fronte a racconti di incontri online. Mi sono sempre chiesta come si riuscisse a stabilire un rapporto attraverso le parole sul filo della rete; come sapere chi è la persona a cui racconti di te? Come è possibile pensare di conoscere qualcuno di cui non hai mai sentito la voce o che non ti ha mai parlato con gli occhi? Io sono una persona di pelle: lo sono sempre stata (sarà anche per l’abbondanza della mia carne, che forse amplifica la mia percezione fisica delle persone) e - purtroppo - parlo più col corpo di quello che si ritiene socialmente opportuno. Ovviamente sono anche vocalmente logorroica, come è noto. Da persona fisica, l’idea di essere limitata alle sole parole nella comunicazione rendeva incomprensibile il concetto stesso di “incontro online”.
Quello, più “Catfish” su Mtv, mi hanno sempre resa diffidente nei confronti di questo genere di rapporti.
C’è, in particolar modo, la questione dei tutti quei messaggi impliciti che sono trasportati dal tono della voce, dalla postura, dall’intonazione delle frasi, dall’immediatezza della risposta face-to-face che vengono meno nel virtuale e di cui io mi nutro nel rapportarmi all’altro.
La confidenza: come si crea online? Come si sa quanto in là ci si deve spingere? Come si percepiscono i limiti dell’altro che non si devono oltrepassare? Come si trova la propria dimensione di comfort e di fiducia?
Ad essere onesti io non ve lo so dire: ognuno ha il proprio confine, quello spazio in cui si trova a suo agio e in cui solo alcuni riescono ad inserirsi con successo. Forse, anche lì, è questione di pelle (virtuale), di percezione… non tutti hanno la stessa sensibilità e sanno cogliere cosa è lecito e cosa no.
Io sono una persona piuttosto esuberante e, a volte, ripenso a quanto poco mi controllo e mi dico: “Mamma mia, che figura di menta!”.
Non sempre inserisco il cervello prima di aprire bocca, purtroppo.
Eppure, a dispetto di ogni mia previsione, mi sono trovata nel vortice della comunicazione virtuale e, con poche persone, sono riuscita a trovarmi in piena sintonia. Poche, perché io diffido sempre di chi va d’accordo con tutti: come nella vita reale, è impossibile avere feeling con tutti.
A distanza di due anni dal mio ingresso nel mondo dei rapporti virtuali posso dire di aver avuto l’onore ed il piacere di scoprire persone meravigliose: donne incredibili che ho potuto incontrare dal vivo per innamorarmene ancora di più.
Quello che ti attraversa il cuore quando te ne stai seduta al tavolo di un bar con un bicchiere di vino e patatine stantie, sfogliando libri ingialliti e parlando come se avessi sempre sentito le loro voci dal vivo, non si può raccontare a parole: le senti ridere, le osservi camminare accanto a te (mentre sudi come un maiale perché c’è il sole e - loro non lo sanno - ma tu stai trasportando 10 chili di libri), riprendere conversazioni che fino a ieri erano solo scritte e non sentire la differenza, poter finalmente riuscire ad associare un viso a un sentimento.
La rete ti toglie il dramma della piacevolezza a pelle, dell’insicurezza legata alla fisicità, ma riduce tutto a qualcosa di molto più intimo: sì, perché nel virtuale quello su cui ti misuri è l’interno. Te stesso. L’essenza di quello che sei. È in quella dimensione che si creano le interazioni: sono le anime nude e crude che si confrontano. E lì, gente, sono cazzi.
Lì non puoi più nasconderti dietro al pregiudizio: se non piaci, quello che non apprezzano sei TU.
Certo, ci sono sempre i limiti del linguaggio non verbale (che io vivo come essenziale) e le difese che tutti abbiamo per proteggerci restano; la speranza è sempre quella di piacere a chi piace a noi, è ovvio… Ma quando vengono meno certe barriere, l’unica cosa che ti rimane è essere capaci di mostrarsi per quello che si è. Quello sì che fa paura.
Il virtuale, al contrario di quello che si potrebbe pensare quindi, può farti molto più male del “reale” se visto in quest’ottica. Dare fiducia, avere la fiducia di qualcuno e non oltrepassare i limiti è una questione molto più complessa e delicata.
Capire.
Capire l’altro, quanto l’altro vuole investire in te, quanto in profondità ci si voglia conoscere, quanto qualcuno è degno di fiducia, quanto di vero si dona e si riceve… quanto stai rompendo il cazzo. Sembra una sciocchezza, ma se si investe davvero in un rapporto, sono tutti punti incredibilmente importanti.
Io sono nuova in questo universo: c’è un’etichetta nel mondo virtuale, un bon ton di educazione che va rispettato e che è complicato da conoscere. E c’è un modo consono di approcciare l’altro, di scoprirlo per farsi scoprire.
Ognuno può scegliere quanto è disposto a donare di sé e può decidere fino a dove avere paura. Ci sono persone di cui non ti interessa sapere più di tanto e ce ne sono altre con cui piano piano coltivi te stesso.
Quando arriva il giorno in cui puoi finalmente abbracciare le persone che scegli come tue, ho capito ieri, il timore di deludere va alle stelle.
Sono salita su un treno per trovare due cucciole ad aspettarmi: due dolcezze nel panico, con sorrisi luminosi e una luce fatta di tenerezza negli occhi.
Sedute in quel vagone mi hanno raccontato dei loro timori e, ascoltandole, ho compreso anche io quanto quell’incontro fosse importante: ieri avrei portato a loro me stessa. Loro mi conoscevano già: certo, non conoscevano la mia essenza nel corpo, non potevano immaginare che sparo molte più vaccate dal vivo, che sono maldestra e che non riesco a tenere a mente neanche un “big Mac menù con Coca normale”.
E allora, parlando con quelle due cucciole, ho cominciato ad agitarmi un po’ anche io con loro: le insicurezze sono strisciate a galla e la consapevolezza di soffrire di diarrea verbale è tornata da me. Ieri era un banco di prova: quel timore che ti pervade quando ti fai conoscere è vivo più che mai in momenti come questi.
E torna la pelle. Torna il contatto. Torna tutto quello che lo schermo ti leva: è ancora una volta “una prima impressione”, ma qui non ci sono scuse, perché quelle persone ti hanno già conosciuta.
C’è chi è arrossito e mi ha sciolto il cuore e c’è chi mi ha fatto innamorare con un ciao. Chi aveva il cuore negli occhi e chi mi ha travolto con l’entusiasmo. Ho assaporato la dolcezza delle donne, la spontaneità nelle parole, la saggezza di chi conosce questo mondo da tempo. Chi ti ha fatto scoppiare di divertimento per il desiderio di voler sapere TUTTO.
Io spesso mostro l’imbarazzo con il sorriso, l'eccesso di parole/entusiasmo e la goffaggine. Poi, diciamolo, sudavo come se stessi raccogliendo cotone nei campi… e quello non è che faccia proprio una bella impressione. E vengo da Brescia, il che implica che il mio accento rechi sempre con sé la cantilena del “Potaaa”.
I banchi di prova fanno sempre paura: i rapporti sono sempre difficili da bilanciare; non è mai facile sapere se sei “troppo” o “troppo poco”.
Ma quando decidi di non avere paura e di esistere con qualcuno, il giorno in cui ti ritrovi parlare insieme, dal vivo e con la gioia nel cuore, sai che i timori fanno parte del mettersi in gioco… E che, per una volta, avere paura ne valeva la pena.
La confidenza si crea insieme, percependo l’altro e dando di te quanto lui vuole ricevere: piano piano, mai in modo affrettato.
Nessuno potrà mai dirti se eri all’altezza delle aspettative e, onestamente, esserlo non è per forza la cosa importante... tu non puoi essere diverso da quello che sei, dando loro ciò che hai: quello che conta è tornare a casa col sorriso, ripensare per ore ai sorrisi che ti sono stati regalati, renderti conto che ti sei alzata alle 6.30 e sei arrivata a casa alle 10:30 e non eri stanca neppure un quarto di quando ti alzi alle 5.30 per andare in ospedale. Portare con te il ricordo di una giornata volata troppo in fretta, sapendo che per quelle ore non hai pensato a nulla se non a stare bene.
Loro non hanno deluso le tue aspettative: sono andate ben oltre quello che ti saresti attesa. Hanno abbattuto ogni scetticismo e ti sei sentita a casa. Già, a casa, con persone che vedevi per la prima volta nella tua vita. Basta questo a farti capire che ti sei sempre sbagliata e che ne valeva la pena.
Noi siamo quello che abbiamo da dare: il meglio che possiamo fare è cercare di donarci completamente. A volte è sufficiente, altre no: non possiamo cambiare questa realtà o forzare la confidenza. C’è un naturale ciclo delle emozioni anche dietro ad uno schermo: se lo rispetti puoi scoprire che anche internet ha i suoi perché.
Quello, più “Catfish” su Mtv, mi hanno sempre resa diffidente nei confronti di questo genere di rapporti.
C’è, in particolar modo, la questione dei tutti quei messaggi impliciti che sono trasportati dal tono della voce, dalla postura, dall’intonazione delle frasi, dall’immediatezza della risposta face-to-face che vengono meno nel virtuale e di cui io mi nutro nel rapportarmi all’altro.
La confidenza: come si crea online? Come si sa quanto in là ci si deve spingere? Come si percepiscono i limiti dell’altro che non si devono oltrepassare? Come si trova la propria dimensione di comfort e di fiducia?
Ad essere onesti io non ve lo so dire: ognuno ha il proprio confine, quello spazio in cui si trova a suo agio e in cui solo alcuni riescono ad inserirsi con successo. Forse, anche lì, è questione di pelle (virtuale), di percezione… non tutti hanno la stessa sensibilità e sanno cogliere cosa è lecito e cosa no.
Io sono una persona piuttosto esuberante e, a volte, ripenso a quanto poco mi controllo e mi dico: “Mamma mia, che figura di menta!”.
Non sempre inserisco il cervello prima di aprire bocca, purtroppo.
Eppure, a dispetto di ogni mia previsione, mi sono trovata nel vortice della comunicazione virtuale e, con poche persone, sono riuscita a trovarmi in piena sintonia. Poche, perché io diffido sempre di chi va d’accordo con tutti: come nella vita reale, è impossibile avere feeling con tutti.
A distanza di due anni dal mio ingresso nel mondo dei rapporti virtuali posso dire di aver avuto l’onore ed il piacere di scoprire persone meravigliose: donne incredibili che ho potuto incontrare dal vivo per innamorarmene ancora di più.
Quello che ti attraversa il cuore quando te ne stai seduta al tavolo di un bar con un bicchiere di vino e patatine stantie, sfogliando libri ingialliti e parlando come se avessi sempre sentito le loro voci dal vivo, non si può raccontare a parole: le senti ridere, le osservi camminare accanto a te (mentre sudi come un maiale perché c’è il sole e - loro non lo sanno - ma tu stai trasportando 10 chili di libri), riprendere conversazioni che fino a ieri erano solo scritte e non sentire la differenza, poter finalmente riuscire ad associare un viso a un sentimento.
La rete ti toglie il dramma della piacevolezza a pelle, dell’insicurezza legata alla fisicità, ma riduce tutto a qualcosa di molto più intimo: sì, perché nel virtuale quello su cui ti misuri è l’interno. Te stesso. L’essenza di quello che sei. È in quella dimensione che si creano le interazioni: sono le anime nude e crude che si confrontano. E lì, gente, sono cazzi.
Lì non puoi più nasconderti dietro al pregiudizio: se non piaci, quello che non apprezzano sei TU.
Certo, ci sono sempre i limiti del linguaggio non verbale (che io vivo come essenziale) e le difese che tutti abbiamo per proteggerci restano; la speranza è sempre quella di piacere a chi piace a noi, è ovvio… Ma quando vengono meno certe barriere, l’unica cosa che ti rimane è essere capaci di mostrarsi per quello che si è. Quello sì che fa paura.
Il virtuale, al contrario di quello che si potrebbe pensare quindi, può farti molto più male del “reale” se visto in quest’ottica. Dare fiducia, avere la fiducia di qualcuno e non oltrepassare i limiti è una questione molto più complessa e delicata.
Capire.
Capire l’altro, quanto l’altro vuole investire in te, quanto in profondità ci si voglia conoscere, quanto qualcuno è degno di fiducia, quanto di vero si dona e si riceve… quanto stai rompendo il cazzo. Sembra una sciocchezza, ma se si investe davvero in un rapporto, sono tutti punti incredibilmente importanti.
Io sono nuova in questo universo: c’è un’etichetta nel mondo virtuale, un bon ton di educazione che va rispettato e che è complicato da conoscere. E c’è un modo consono di approcciare l’altro, di scoprirlo per farsi scoprire.
Ognuno può scegliere quanto è disposto a donare di sé e può decidere fino a dove avere paura. Ci sono persone di cui non ti interessa sapere più di tanto e ce ne sono altre con cui piano piano coltivi te stesso.
Quando arriva il giorno in cui puoi finalmente abbracciare le persone che scegli come tue, ho capito ieri, il timore di deludere va alle stelle.
Sono salita su un treno per trovare due cucciole ad aspettarmi: due dolcezze nel panico, con sorrisi luminosi e una luce fatta di tenerezza negli occhi.
Sedute in quel vagone mi hanno raccontato dei loro timori e, ascoltandole, ho compreso anche io quanto quell’incontro fosse importante: ieri avrei portato a loro me stessa. Loro mi conoscevano già: certo, non conoscevano la mia essenza nel corpo, non potevano immaginare che sparo molte più vaccate dal vivo, che sono maldestra e che non riesco a tenere a mente neanche un “big Mac menù con Coca normale”.
E allora, parlando con quelle due cucciole, ho cominciato ad agitarmi un po’ anche io con loro: le insicurezze sono strisciate a galla e la consapevolezza di soffrire di diarrea verbale è tornata da me. Ieri era un banco di prova: quel timore che ti pervade quando ti fai conoscere è vivo più che mai in momenti come questi.
E torna la pelle. Torna il contatto. Torna tutto quello che lo schermo ti leva: è ancora una volta “una prima impressione”, ma qui non ci sono scuse, perché quelle persone ti hanno già conosciuta.
C’è chi è arrossito e mi ha sciolto il cuore e c’è chi mi ha fatto innamorare con un ciao. Chi aveva il cuore negli occhi e chi mi ha travolto con l’entusiasmo. Ho assaporato la dolcezza delle donne, la spontaneità nelle parole, la saggezza di chi conosce questo mondo da tempo. Chi ti ha fatto scoppiare di divertimento per il desiderio di voler sapere TUTTO.
Io spesso mostro l’imbarazzo con il sorriso, l'eccesso di parole/entusiasmo e la goffaggine. Poi, diciamolo, sudavo come se stessi raccogliendo cotone nei campi… e quello non è che faccia proprio una bella impressione. E vengo da Brescia, il che implica che il mio accento rechi sempre con sé la cantilena del “Potaaa”.
I banchi di prova fanno sempre paura: i rapporti sono sempre difficili da bilanciare; non è mai facile sapere se sei “troppo” o “troppo poco”.
Ma quando decidi di non avere paura e di esistere con qualcuno, il giorno in cui ti ritrovi parlare insieme, dal vivo e con la gioia nel cuore, sai che i timori fanno parte del mettersi in gioco… E che, per una volta, avere paura ne valeva la pena.
La confidenza si crea insieme, percependo l’altro e dando di te quanto lui vuole ricevere: piano piano, mai in modo affrettato.
Nessuno potrà mai dirti se eri all’altezza delle aspettative e, onestamente, esserlo non è per forza la cosa importante... tu non puoi essere diverso da quello che sei, dando loro ciò che hai: quello che conta è tornare a casa col sorriso, ripensare per ore ai sorrisi che ti sono stati regalati, renderti conto che ti sei alzata alle 6.30 e sei arrivata a casa alle 10:30 e non eri stanca neppure un quarto di quando ti alzi alle 5.30 per andare in ospedale. Portare con te il ricordo di una giornata volata troppo in fretta, sapendo che per quelle ore non hai pensato a nulla se non a stare bene.
Loro non hanno deluso le tue aspettative: sono andate ben oltre quello che ti saresti attesa. Hanno abbattuto ogni scetticismo e ti sei sentita a casa. Già, a casa, con persone che vedevi per la prima volta nella tua vita. Basta questo a farti capire che ti sei sempre sbagliata e che ne valeva la pena.
Noi siamo quello che abbiamo da dare: il meglio che possiamo fare è cercare di donarci completamente. A volte è sufficiente, altre no: non possiamo cambiare questa realtà o forzare la confidenza. C’è un naturale ciclo delle emozioni anche dietro ad uno schermo: se lo rispetti puoi scoprire che anche internet ha i suoi perché.
giovedì 28 agosto 2014
Recensione: "Di Carne e Di Carta" di Mirya
Prima i link: il libro lo trovate in vendita su Amazon qui.
La pagina FB dell'autrice vi attende numerosi qui.
E, se vi siete persi recensione e Read along di Please Another Book, rimediate ed andate a recuperarli qui.
Io non ho mai scritto una vera recensione. In generale, io faccio pena a scrivere recensioni: non sono brava a lasciarle a fanfiction e storie originali che leggo e sono ancora più negata quando si tratta di libri.
La ragione è tristemente banale e si compone di due elementi: prima di tutto la mia logorrea che non si sa concretizzare in una serie di asserzioni sensate e inerenti al libro, ma che si manifesta - come una patologia - sottoforma di deliri estasiati e ripetizioni. La seconda è che, essenzialmente, non so fare un’analisi del testo, ecco.
Perché faccio questo preambolo? Perché è bene che sappiate cosa vi aspetta. Mi scuso, ma una recensione a Di Carne e Di carta non la potevo non lasciare: l’ho deciso due mesi fa e lo dovevo a me stessa. Ho stabilito che avrei provato ad andare oltre il mio patetico limite e avrei provato a spiegare perché questo è un libro da leggere. Non aspettatevi riflessioni e considerazioni puntuali come in una vera recensione: per quelle vi rimando a tutto ciò che ogni ragazza della banda del Read Along ha scritto. Ma non cercherò di fingere di possedere il dono della sintesi (perché non so prioprio essere breve e non voglio illudervi)… Cercherò, però, di parlarvene senza spoilerare. Perché è terribile leggere commenti ad un libro in cui ti raccontano cosa leggerai.
Ma andiamo con ordine: perché questo libro di chiama “Di carne e di carta”? Per una ragione precisa e narrata nella storia dall’autrice, ma secondo me non solo. Chiara, la protagonista, ama la carta. La ama in modo così profondo da affidare a lei le sue speranze sulla carne.
Chiara è giovane, appassionata e completamente dedita alle parole scritte: la carta non sbaglia e tocca il cuore e l’anima come la carne non sa fare. Come gli uomini di carne non sanno fare. L’inchiostro su carta sa raccontare verità e sa spiegare l’essere umano in modo viscerale e onesto.
La carta non sbaglia. La carne sbaglia la maggior parte delle volte.
Leonardo è un uomo di carne. Leonardo è rigido e scientifico, controllato e inflessibile. Leonardo è un ricercatore, proprio come Chiara. Un assistente, per la precisione. Non tollera i sentimentalismi applicati alla carta. E, nello specifico, non sopporta l’approccio emotivo di Chiara allo studio della letteratura.
Io sono un’ex studentessa di Liceo Classico e, come tale, sono stata pennellata per anni con il sommo Dante. E per anni l’ho sopportato a malapena.
Alle 8 di mattina venivo martellata con il Purgatorio e l’unica cosa che riuscivo a pensare era: “Che tu sia maledetto, Alighieri. Che tu possa bruciare nelle fiamme del tuo stesso Inferno. Quello almeno mi piaceva.”… L’ho letto e vissuto come un logorroico omuncolo, piazzato su questa terra per avvelenare i miei mercoledì mattina. Perché il mercoledì alle 8 da me era l’ora della Divina Commedia.
Sono passati tanti anni da quei mercoledì che, nonostante il mio fenomenale professore di Italiano, non sono mai riusciti a farmi osservare Dante con occhio diverso e, solo ora, comprendo che di Dante non avevo capito niente. E confesso di averlo capito piano piano mentre ascoltavo Leonardo e Chiara parlarne.
Sì, lo so, sono digressioni inutili quelle che state leggendo, ma cercate di seguirmi per quello che è possibile.
Di Carne e Di carta non è un libro solo, sono tanti libri intrecciati in una singola storia: è un libro sull’amore, è vero, ma leggerlo solo con quel proposito è quanto di più riduzionistico si possa fare.
Quello di Mirya è un lavoro su tanti fronti di cui la storia d’amore è solo la rotaia madre che ci fa viaggiare dallo studio universitario in cui Chiara e Leonardo si incontrano, fino alle supposte evacuanti effervescenti. Non cercate di capire questa frase: non potrete farlo finché non avrete letto il libro.
Di carne e carta è un libro sulle donne: sul cuore diverso che ognuna porta nel petto, sulla passione che le nutre e sull’idea dell’amore che le accompagna. Sulle fantasie perfette che leggiamo sulla carta e sulle delusioni costanti che la carne ci propina.
È un libro sul lavoro e sulla fatica: Chiara è un’insegnate, come Alessandra, la sua amica più cara e figura chiave in tutta la storia. La sua ragione e il suo sostegno fedele. L’amica con cui condivide tutto: il vino, le parole e la musica. E il cuore, perché tutte avremmo bisogno di un’Alessandra: quella persona che accarezza le nostre debolezze e che condivide con noi le proprie, una donna frizzante e complicata, eppure così semplice nell’anima. Quella che ci parla con le canzoni e ci protegge con le unghie e con i denti. E che noi difendiamo e accudiamo come se fosse un parte preziosa di noi, proprio come fa Chiara.
Di carne e di carta è un’ode alla musica e una storia sul dolore che alcune persone devono tollerare e con cui sono costretti ad imparare a convivere.
È il racconto dell’impegno che richiedono i compromessi nei rapporti umani.
È un libro sugli errori e sulle geometrie, sui cerchi che, come Leonardo, non quadrano.
Sulle relazione e su cosa significa crescere come persone, perché siamo sempre bambini cocciuti, convinti di essere adulti e di avere ragione. È un libro che ti fa scoprire come la ragione è quasi sempre nel mezzo degli estremi. Nel mezzo delle passioni. Nel mezzo delle certezze.
Ed è un libro sui libri, sugli autori dei libri, su ciò che vive e pulsa sotto l’inchiostro e la carta.
È un racconto su così tante cose che non le so elencare tutte, ma non commettere l’errore di sentire solo la voce della storia romantica nelle parole di Mirya.
È anche un libro su Dante, però.
Chiara è un’insegnate di ruolo e una Dottoranda ed è per questo suo secondo impegno professionale che si scontra con Leonardo: uso la parola “scontra” non perché sbattono l’uno contro l’altro come Licia e Mirko in Kiss me Licia.
Tutto inizia con la tesi di Dottorato di Chiara… che, per una serie di eventi, viene affidata alle dita impietose e alla penna inarrestabile di Leonardo, appunto: l’assistente della docente che seguiva Chiara. La tesi è proprio su Dante, autore di cui Leonardo sa troppo ma, allo stesso tempo, niente. Come di tante altre cose, mi sento aggiungere. Se stesso compreso.
Questo è uno spoiler? Se lo è mi scuso, ma ho perso il filo di me stessa e non so fare un’analisi del testo. La mia recensione si sta rivelando più inutile del previsto.
Perché io non so usare le parole come Mirya, non so raccontare la carta come lei attraverso Chiara e, nel mio tentativo di spiegarvi perché dovreste leggere Di carne e di carta sto solo creando confusione senza dire nulla.
L’inizio del rapporto professionale tra i due protagonisti non è dei migliori: lui è uno stronzo (sensuale e testardo) e lei è emotiva e impulsiva. Sono ragione e passione che fanno un frontale e che si rottamano l’un l’altro e che, come sempre nella vita, rappresentano reciprocamente l’ostacolo per la serenità dell’altro. Chiara e Leonardo sono le due metà dell’approccio alla ricerca universitaria: il metodo scientifico Vs l’amore per la materia. È solo leggendo il libro che si può capire quanto questi due elementi siano entrambi essenziali per un buono studio accademico… e non solo. Lo sono (e lo si comprende pagina dopo pagina) anche per la vita stessa.
Se l’inizio è complicato, immaginatevi il resto! Lei è una forza della natura, che ci guida nell’anima di una donna piena di emozioni e che ama il suo lavoro, raccontandoci la scuola che abbiamo sempre conosciuto attraverso gli occhi di chi siede sulla cattedra e cerca ogni giorno di mostrare quanto imparare e conoscere possa essere meraviglioso.
Lui è un uomo che sembra incomprensibile e che passa buona parte del suo tempo a combattere invisibili e estenuanti lotte. Con che cosa non ve lo posso raccontare, ma sentirete la fatica di queste guerre osservandolo insieme a Chiara dall’inizio alla fine.
E, se sceglierete di leggere quest’avventura a TuttoTondo (e qui uso la mia parola preferita - storpiata da me con le due T maiuscole - perché di tondi se ne parla in continuazione in riferimento a Leonardo e perché c’è davvero di tutto!), verrete guidati nell’uso melodico che Mirya sa fare delle parole per scoprire che anche alcuni romanzi d’amore possono portarvi a riflettere su mille altre cose, che la carta narra dell’imperfezione della carne e che, attraverso la carne, ogni tanto vediamo che - FORSE - neanche la carta regge il confronto. E anche le storie romantiche possono insegnarvi ad amare allo stesso modo la carne e la carta. Persino Dante.
Alla fine di tutto ciò posso solo aggiungere: non fatevi sviare dalle mie parole che non sanno spiegare nulla. LEGGETE QUESTO LIBRO e amatelo.
Quando l'ho letto su EFP la prima volta sono stata terribilmente superficiale e mi sono limitata a divorare con voracità i dettagli romantici, senza ascoltare davvero la voce di Mirya: la seconda lettura (avvenuta in occasione del RA dopo la pubblicazione dell'ebook) mi ha permesso di scoprire che questo è un libro a colori (le sfumature le lascio altrove... tanto qui quella parola non sarebbe sufficiente) e di imparare. Quando un libro lascia davvero il segno lo capisci perché ti ha insegnato qualcosa attraverso i suoi personaggi. Leggetelo con attenzione e saprete davvero chi sono Chiara e Leonardo e cosa vuol dire parlare della carta e della carta. E dall'amore. E della vita.
E, Mirya, perdonami: se perderai lettori per colpa mia, ti rimborserò con del vino. Un cartone di "La moglie ubriaca”.
La pagina FB dell'autrice vi attende numerosi qui.
E, se vi siete persi recensione e Read along di Please Another Book, rimediate ed andate a recuperarli qui.
Io non ho mai scritto una vera recensione. In generale, io faccio pena a scrivere recensioni: non sono brava a lasciarle a fanfiction e storie originali che leggo e sono ancora più negata quando si tratta di libri.
La ragione è tristemente banale e si compone di due elementi: prima di tutto la mia logorrea che non si sa concretizzare in una serie di asserzioni sensate e inerenti al libro, ma che si manifesta - come una patologia - sottoforma di deliri estasiati e ripetizioni. La seconda è che, essenzialmente, non so fare un’analisi del testo, ecco.
Perché faccio questo preambolo? Perché è bene che sappiate cosa vi aspetta. Mi scuso, ma una recensione a Di Carne e Di carta non la potevo non lasciare: l’ho deciso due mesi fa e lo dovevo a me stessa. Ho stabilito che avrei provato ad andare oltre il mio patetico limite e avrei provato a spiegare perché questo è un libro da leggere. Non aspettatevi riflessioni e considerazioni puntuali come in una vera recensione: per quelle vi rimando a tutto ciò che ogni ragazza della banda del Read Along ha scritto. Ma non cercherò di fingere di possedere il dono della sintesi (perché non so prioprio essere breve e non voglio illudervi)… Cercherò, però, di parlarvene senza spoilerare. Perché è terribile leggere commenti ad un libro in cui ti raccontano cosa leggerai.
Ma andiamo con ordine: perché questo libro di chiama “Di carne e di carta”? Per una ragione precisa e narrata nella storia dall’autrice, ma secondo me non solo. Chiara, la protagonista, ama la carta. La ama in modo così profondo da affidare a lei le sue speranze sulla carne.
Chiara è giovane, appassionata e completamente dedita alle parole scritte: la carta non sbaglia e tocca il cuore e l’anima come la carne non sa fare. Come gli uomini di carne non sanno fare. L’inchiostro su carta sa raccontare verità e sa spiegare l’essere umano in modo viscerale e onesto.
La carta non sbaglia. La carne sbaglia la maggior parte delle volte.
Leonardo è un uomo di carne. Leonardo è rigido e scientifico, controllato e inflessibile. Leonardo è un ricercatore, proprio come Chiara. Un assistente, per la precisione. Non tollera i sentimentalismi applicati alla carta. E, nello specifico, non sopporta l’approccio emotivo di Chiara allo studio della letteratura.
Io sono un’ex studentessa di Liceo Classico e, come tale, sono stata pennellata per anni con il sommo Dante. E per anni l’ho sopportato a malapena.
Alle 8 di mattina venivo martellata con il Purgatorio e l’unica cosa che riuscivo a pensare era: “Che tu sia maledetto, Alighieri. Che tu possa bruciare nelle fiamme del tuo stesso Inferno. Quello almeno mi piaceva.”… L’ho letto e vissuto come un logorroico omuncolo, piazzato su questa terra per avvelenare i miei mercoledì mattina. Perché il mercoledì alle 8 da me era l’ora della Divina Commedia.
Sono passati tanti anni da quei mercoledì che, nonostante il mio fenomenale professore di Italiano, non sono mai riusciti a farmi osservare Dante con occhio diverso e, solo ora, comprendo che di Dante non avevo capito niente. E confesso di averlo capito piano piano mentre ascoltavo Leonardo e Chiara parlarne.
Sì, lo so, sono digressioni inutili quelle che state leggendo, ma cercate di seguirmi per quello che è possibile.
Di Carne e Di carta non è un libro solo, sono tanti libri intrecciati in una singola storia: è un libro sull’amore, è vero, ma leggerlo solo con quel proposito è quanto di più riduzionistico si possa fare.
Quello di Mirya è un lavoro su tanti fronti di cui la storia d’amore è solo la rotaia madre che ci fa viaggiare dallo studio universitario in cui Chiara e Leonardo si incontrano, fino alle supposte evacuanti effervescenti. Non cercate di capire questa frase: non potrete farlo finché non avrete letto il libro.
Di carne e carta è un libro sulle donne: sul cuore diverso che ognuna porta nel petto, sulla passione che le nutre e sull’idea dell’amore che le accompagna. Sulle fantasie perfette che leggiamo sulla carta e sulle delusioni costanti che la carne ci propina.
È un libro sul lavoro e sulla fatica: Chiara è un’insegnate, come Alessandra, la sua amica più cara e figura chiave in tutta la storia. La sua ragione e il suo sostegno fedele. L’amica con cui condivide tutto: il vino, le parole e la musica. E il cuore, perché tutte avremmo bisogno di un’Alessandra: quella persona che accarezza le nostre debolezze e che condivide con noi le proprie, una donna frizzante e complicata, eppure così semplice nell’anima. Quella che ci parla con le canzoni e ci protegge con le unghie e con i denti. E che noi difendiamo e accudiamo come se fosse un parte preziosa di noi, proprio come fa Chiara.
Di carne e di carta è un’ode alla musica e una storia sul dolore che alcune persone devono tollerare e con cui sono costretti ad imparare a convivere.
È il racconto dell’impegno che richiedono i compromessi nei rapporti umani.
È un libro sugli errori e sulle geometrie, sui cerchi che, come Leonardo, non quadrano.
Sulle relazione e su cosa significa crescere come persone, perché siamo sempre bambini cocciuti, convinti di essere adulti e di avere ragione. È un libro che ti fa scoprire come la ragione è quasi sempre nel mezzo degli estremi. Nel mezzo delle passioni. Nel mezzo delle certezze.
Ed è un libro sui libri, sugli autori dei libri, su ciò che vive e pulsa sotto l’inchiostro e la carta.
È un racconto su così tante cose che non le so elencare tutte, ma non commettere l’errore di sentire solo la voce della storia romantica nelle parole di Mirya.
È anche un libro su Dante, però.
Chiara è un’insegnate di ruolo e una Dottoranda ed è per questo suo secondo impegno professionale che si scontra con Leonardo: uso la parola “scontra” non perché sbattono l’uno contro l’altro come Licia e Mirko in Kiss me Licia.
Tutto inizia con la tesi di Dottorato di Chiara… che, per una serie di eventi, viene affidata alle dita impietose e alla penna inarrestabile di Leonardo, appunto: l’assistente della docente che seguiva Chiara. La tesi è proprio su Dante, autore di cui Leonardo sa troppo ma, allo stesso tempo, niente. Come di tante altre cose, mi sento aggiungere. Se stesso compreso.
Questo è uno spoiler? Se lo è mi scuso, ma ho perso il filo di me stessa e non so fare un’analisi del testo. La mia recensione si sta rivelando più inutile del previsto.
Perché io non so usare le parole come Mirya, non so raccontare la carta come lei attraverso Chiara e, nel mio tentativo di spiegarvi perché dovreste leggere Di carne e di carta sto solo creando confusione senza dire nulla.
L’inizio del rapporto professionale tra i due protagonisti non è dei migliori: lui è uno stronzo (sensuale e testardo) e lei è emotiva e impulsiva. Sono ragione e passione che fanno un frontale e che si rottamano l’un l’altro e che, come sempre nella vita, rappresentano reciprocamente l’ostacolo per la serenità dell’altro. Chiara e Leonardo sono le due metà dell’approccio alla ricerca universitaria: il metodo scientifico Vs l’amore per la materia. È solo leggendo il libro che si può capire quanto questi due elementi siano entrambi essenziali per un buono studio accademico… e non solo. Lo sono (e lo si comprende pagina dopo pagina) anche per la vita stessa.
Se l’inizio è complicato, immaginatevi il resto! Lei è una forza della natura, che ci guida nell’anima di una donna piena di emozioni e che ama il suo lavoro, raccontandoci la scuola che abbiamo sempre conosciuto attraverso gli occhi di chi siede sulla cattedra e cerca ogni giorno di mostrare quanto imparare e conoscere possa essere meraviglioso.
Lui è un uomo che sembra incomprensibile e che passa buona parte del suo tempo a combattere invisibili e estenuanti lotte. Con che cosa non ve lo posso raccontare, ma sentirete la fatica di queste guerre osservandolo insieme a Chiara dall’inizio alla fine.
E, se sceglierete di leggere quest’avventura a TuttoTondo (e qui uso la mia parola preferita - storpiata da me con le due T maiuscole - perché di tondi se ne parla in continuazione in riferimento a Leonardo e perché c’è davvero di tutto!), verrete guidati nell’uso melodico che Mirya sa fare delle parole per scoprire che anche alcuni romanzi d’amore possono portarvi a riflettere su mille altre cose, che la carta narra dell’imperfezione della carne e che, attraverso la carne, ogni tanto vediamo che - FORSE - neanche la carta regge il confronto. E anche le storie romantiche possono insegnarvi ad amare allo stesso modo la carne e la carta. Persino Dante.
Alla fine di tutto ciò posso solo aggiungere: non fatevi sviare dalle mie parole che non sanno spiegare nulla. LEGGETE QUESTO LIBRO e amatelo.
Quando l'ho letto su EFP la prima volta sono stata terribilmente superficiale e mi sono limitata a divorare con voracità i dettagli romantici, senza ascoltare davvero la voce di Mirya: la seconda lettura (avvenuta in occasione del RA dopo la pubblicazione dell'ebook) mi ha permesso di scoprire che questo è un libro a colori (le sfumature le lascio altrove... tanto qui quella parola non sarebbe sufficiente) e di imparare. Quando un libro lascia davvero il segno lo capisci perché ti ha insegnato qualcosa attraverso i suoi personaggi. Leggetelo con attenzione e saprete davvero chi sono Chiara e Leonardo e cosa vuol dire parlare della carta e della carta. E dall'amore. E della vita.
E, Mirya, perdonami: se perderai lettori per colpa mia, ti rimborserò con del vino. Un cartone di "La moglie ubriaca”.
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